GEAPRESS – Era fornito di microchip uno dei cani posti sotto sequestro grazie all’intervento della Polizia di Stato in via Vittorio Emanuele a Piscinola, vicino il quartiere napoletano di Scampia. Dall’esame del chip, la Polizia è così potuta risalire al proprietario, già in carcere per rapina. Secondo gli inquirenti il luogo era adibito alla sola detenzione degli sfortunati animali. I combattimenti, invece, a Scampia come in altre zone di Napoli, non sono più presenti. Gli animali vengono allo scopo portati in alcuni casolari abbandonati della periferia.

A Piscinola la Polizia aveva iniziato ad attenzionare il posto con lo scopo di scoprire chi realmente badava ai cani. Qualcuno, però, potrebbe essersi insospettivo ed ha rallentato le visite ai luoghi. Per evitare ulteriori sofferenze agli animali si è così deciso di intervenire.

Ci siamo trovati innanzi una sorta di box di cemento con all’interno i cani – ha dichiarato a GeaPress il Primo Dirigente del Commissariato di Scampia, dott. Michele Spina – Uno di loro aveva le orecchie che sembravano strappate a morsi.”

In tutto tre Pit bull maschi adulti ed una femmina con un cucciolo. Uno dei cani era tenuto al muro da una catena corta e stretta al collo, mentre un’altro appariva in evidente stato di denutrizione. In condizioni fisiche migliori era, invece, la femmina con il cucciolo che però erano ancor di più costretti tra i loro stessi escrementi.

Quello di Piscinola è il secondo intervento in poco più di un mese operato dalla Polizia di Stato. Già lo scorso settembre, infatti, sette cani, secondo la Polizia usati più come status symbol piuttosto che realmente nei combattimenti, furono rivenuti nello stesso quartiere napoletano (vedi articolo GeaPress). Si arrivò a loro a seguito dei controlli antidroga operati nelle insule delle cosiddette case dei puffi. Le insule sono sorte di piazze interne che secondo una vecchia concezione dell’edilizia popolare in voga già alcuni decenni addietro, dovevano servire a socializzare. Quelle napoletane, come il quartiere Zen di Palermo, sono divenute sicuri luoghi ove commettere crimini, tra cui lo spaccio, facilmente controllabili da vedette che rendono molto difficile il controllo da parte delle Forze dell’Ordine.

LE IPOTESI DI FATTURATO
Nonostante le ipotesi di grandi fatturati che circolano spesso sulla stampa e relative proprio ai combattimenti tra cani, non vi sono attualmente dati attendibili che consentono di azzardare una previsione seppur approssimata. Questo in base agli interventi in campo operati dalle Forze dell’Ordine. Di sicuro, quello dei combattimenti, è un mondo più legato alle mezze tacche del crimine. Ciò non esclude, però, che la capacità di lucrare sulla vita dei poveri animali, possa essere notevole.

I PRECEDENTI NELL’ULTIMO ANNO
Nell’ultimo anno di attività delle Forze dell’Ordine un riferimento più probabile a livelli superiori di pregiudicati, si è avuto solo per la città di Messina. In tal senso si espressero i Carabinieri dopo un recente intervento ai danni di una banda che lucrava anche sulle corse di cavalli. Vi è poi un riferimento, meno recente, di un probabile ring scoperto dalla Polizia di Stato nelle campagne del leccese, ed il sequestro di alcuni dogo argentino in provincia di Venezia. Da non escludersi in questo caso l’utilizzo dei cani per l’allenamento finalizzato alla caccia al cinghiale. Nel sequestro, operato dai Carabinieri, venne ritrovato, infatti, un cinghiale, mentre altri ancora erano visibili nei filmati sequestrati. Un caso recente è però avvenuto a Caltanissetta a seguito di interventi della Guardie volontarie della LIDA e del WWF. La Polizia di Stato ha avuto importanti riscontri investigativi per una provincia che si presenta anomala, proprio per la presenza dei combattimenti tra cani. Nessun segnale di presenza altolocate nella scala della delinquenza, riferì a GeaPress la Dirigente della Squadra Mobile nissena, ma un livello inferiore comunque molto pericoloso.

LE DEFICIENZE DELLA LEGGE
Il pericolo di un possibile ritorno dei combattimenti tra cani risiede nelle poco efficienti pene previste dalla legge 189/04 sul maltrattamento di animali. Nel caso specifico di Piscinola, se la Polizia di Stato avesse individuato chi realmente badava i cani, si sarebbe potuto loro contestare un reato eguale alla bassa previsione del semplice maltrattamento. Niente combattimenti, dunque, secondo la legge. L’art. 544/quinquies (divieto di combattimenti tra animali) prende, infatti, in considerazone solo chi promuove, organizza o dirige i combattimenti.

“Qualifiche” molto difficili da individuare che non agevolano di certo il lavoro delle Forze dell’Ordine. Solo nelle ipotesi aggravanti (come il coinvolgimento dei minori e l’uso di videoriproduzioni) è poi previsto l’arresto (facoltativo) in flagranza di reato. Nelle ipotesi aggravanti le pene sono aumentate da un terzo alla metà, mentre, in loro assenza, riguardano una multa da 50.000 a 160.000 euro e la reclusione da uno a tre anni. Reclusione virtuale, tranne che per particoli pregiudicati, essendo la pena al di sotto della soglia di punibilità. Per essere veramente certi che un delinquente possa finire in carcere occorre una pena, peraltro nelle previsioni minime, superiore ai quattro anni. Ben al di sotto dunque delle stesse ipotesi più gravi previste per le “qualifiche” dei criminali coinvolti nei combattimenti. Questo, poi, fatto salvo le attenuanti generiche e la scelta del rito premiale quale il patteggiamento. Tutto molto lontano dalle attuali previsioni. Un elemento in più, per sottolineare l’ottimo intervento delle Forze dell’Ordine.

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