GEAPRESS – Potrebbe essere accaduto la sera del 18 luglio, sebbene la notizia sia stata diffusa solo il 21. L’Agente della Polizia Municipale di Licata, oltre ad aver subito il grave atto intimidatorio del cucciolo impiccato e con due cartucce inesplose nella bocca legata con fil di ferro, non ha più trovato i due cani corso che deteneva nei luoghi. Non sono stati invece toccati, i due cavalli accuditi anch’essi in Contrada San Cataldo.

Non si tratta di un gesto alla portata di tutti” ha dichiarato a GeaPress il Comandante della Polizia Municipale di Licata, Giovanna Incorvaia. Un atto di inaudita gravità, secondo il Comandante, e che non ha precedenti. Neanche nel cane di un altro Agente che, poco tempo addietro, fu trovato avvelenato. L’episodio, però, fu casuale, nel senso che non era collegabile ad alcuna intimidazione.

Ad avvisare l’Agente un vicino che avrebbe sentito strani movimenti nei pressi del luogo dove erano tenuti gli animali. All’arrivo del Vigile Urbano la macabra scoperta del cucciolo impiccato alla cancellata. Ad indagare, ora, i Carabinieri del Comando Compagnia di Licata, diretti dal Capitano Amato.

L’Agente, intanto, non ha accennato ad alcuna minaccia eventualmente ricevuta, mentre la tipologia del suo lavoro nei Vigili Urbani di Licata, ovvero nel reparto viabilità, fa escludere un collegamento con il suo incarico. Possibile, pertanto, che gli inquirenti possano indirizzarsi ad indagare sulla vita privata dell’uomo. Di sicuro, non per nulla, si rubano due cani con l’aggiunta del cucciolo orrendamente addobbato nell’impiccagione.

Chi infatti esegue un atto intimidatorio deve essere certo che il malcapitato destinatario, recepisca inequivocabilmente il messaggio, e su questo, gli inquirenti, stanno per ora indagando. Usi e consuetudini dell’intimidazione anche di stampo mafiosa, come la testa di pastore tedesco recentemente recapitata nell’uscio di casa di un Carabiniere residente a Carlentini (SR) (vedi articolo GeaPress). Poi ci fu il caso di un Brigadiere dello stesso Comando Compagnia dei Carabinieri di Licata. L’operazione alla quale si ricollegò il gesto, e che proprio pochissimi mesi addietro ha visto maturare le condanne, fu battezzata dai militari “Cane di Paglia”. Questo in memoria della testa di cane fatta recapitare al militare. Dietro vi era una organizzazione criminale dedita al traffico di droga sull’asse Licata-Siena.

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