GEAPRESS – E’ stata pubblicata il primo settembre nel Bollettino Ufficiale della Regione Calabria. Se non impugnata, le Forze dell’Ordine potranno sparare ai bovini vaganti. Detta così, però, non si fa giustizia neanche alla inutilità del metodo. Il problema, infatti, è vecchio, serio e non risolto. Anzi peggio, c’è come risolverlo ma lo Stato, che in molte zone della Calabria non esiste, ricorre ai pannicelli caldi per mettersi (non si capisce più innanzi a chi) la coscienza a posto. Stiamo parlando delle cosiddette “vacche sacre”; non quelle degli indù ma bensì quelle dei boss della ‘ndrangheta che con il pascolo delle vacche allo stato brado fanno affari. Vi è però un altro vantaggio: con la sfacciata presenza degli ignari bovini, la ‘ndrangheta marchia il criminale possesso del territorio. Un pò come avviene con i cavalli di mafia, liberi di circolare con il calesse da corsa nei perimetri urbani grazie al Codice della Strada. E’ la stessa cosa, solo che nelle montagne calabresi si ha la vacca e la (inesistente) anagrafe bovina.

Su tale manifestazione di possesso si è espresso, ad esempio, il Questore di Reggio Calabria audito, nel 1994, dalla Commissione Parlamentare Anti Mafia. Basta la semplice presenza delle vacche per significare chi possiede il territorio. In Calabria lo sanno tutti, dai Sindaci agli allevatori che devono subire i soprusi dei boss. Recita (tradotto) un detto locale: la pecora fa ricchezza e la vacca fa grandezza. Più chiaro di così!

A dimostrazione di come il problema sia antico, nell’audizione di sedici anni addietro si evidenziò la mancanza di un quadro normativo che prevedesse di affrontare organicamente il problema. Singolare la battuta dell’allora Prefetto di Reggio il quale scherzò sul fatto che nell’eventuale provvedimento dovesse essere previsto l’impossibilità da parte delle associazioni protezionistiche di denunciare gli abbattimenti degli animali. Un pò come anni dopo si è fatto con la legge contro il maltrattamento degli animali, prevedendo l’esclusione dal suo campo di applicazione, ad esempio, dei palii tradizionali di cavalli.

Le prime vacche, forse, apparvero a Cittanova, nel versante tirrenico di Reggio Calabria, ed appartenevano ad una nota ‘ndrina del posto. Da allora si sono diffuse in decine di altri territori comunali. Vengono comunque seguite fino al momento del macello, ovviamente abusivo. Gli animali vengono circondati e stretti lungo una strada dove è poi sistemata una passerella che li fa salire su un camion. Questo per la ‘ndrangheta, ma per lo Stato è un’altra cosa. Vi sono problemi serissimi sia di praticabilità del territorio che di inseguimento dei capi la cui buona conoscenza del territorio consente velocemente di spostarsi, finanche attraverso passi angusti, da un versante all’altro della dorsale appenninica calabrese. Quasi impossibile catturali senza ucciderli. Ci provarono nel 1992 i Carabinieri, ma i 46 capi sistemati in una stalla dopo mille peripezie, sono stati da loro accuditi per settimane, in attesa di definitiva sistemazione. Ogni giorno dieci Carabinieri dovevano trasformarsi in stallieri ed essere così distolti dal controllo del territorio. Anche l’abbattimento, però, non funziona. Questo perchè il trasporto di una carcassa di alcuni quintali attraverso ardui sentieri presenta, ovviamente, delle difficoltà.

Fino al 1989, prima dell’abrogazione, era in vigore un Regio Decreto del 1899 il quale istituiva una sorta di anagrafe bovina. Certo che se tutti gli animali venissero anagrafati, il fenomeno delle vacche sacre sarebbe estinto, ma evidentemente in Calabria le cose vanno diversamente, perché da più di dieci anni l’anagrafe bovina in Italia c’è per davvero. Tutti gli animali, quindi anche quelli calabresi, dovrebbero avere la marca auricolare, essere inseriti nella banca data centralizzata gestita dall’Istituto Zooprofilattico di Teramo, e dovrebbe già da un pezzo essere completata l’anagrafe aziendale. Essendo però mancante quest’opera, almeno per le vacche sacre, i bovini hanno continuato a diffondersi per il piacere di dominio della ‘ndrangheta. Ecco, allora, che salta fuori il pannicello caldo il quale dispone, per fortuna solo per i casi di pericolo concreto per l’incolumità della popolazione e la circolazione stradale, che le Forze dell’Ordine provvedano agli abbattimenti. L’Ordinanza pubblicata il primo settembre, scade il 30 giugno del 2011, è limitata ai bovini e si ha tempo trenta giorni per impugnarla.(GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).