GEAPRESS – Le immagini che hanno fatto il giro del mondo del giovane elefante africano che ha aggredito il suo addestratore, hanno probabilmente una spiegazione.

Lo zoo di Toledo è uno dei principali zoo al mondo che più ha importato elefanti selvatici dall’Africa e, nel passato, dall’Asia e dallo Sri Lanka in particolare.
Il giovane elefante che ha aggredito il suo addestratore spedendolo in ospedale con un polmone sfondato e più costole fratturate, è figlio di una elefantessa catturata nello Zimbabwe e di un altro animale nato in cattività, o almeno così denunciato.

L’elefante ha una complessa organizzazione sociale, costruita grazie all’educazione impartita dalle madri che in tal maniera tramandano schemi e comportamenti. Si crea così un equilibrio perfetto, senza il quale l’inserimento nel gruppo è impossibile.

La madre dell’elefantino-aggressore dello zoo di Toledo, è giunta in America dopo una traumatica cattura nello Zimbabwe, dove a tutt’oggi continuano a pervenire richieste di numerosi zoo. La cattura degli elefantini avviene tramite l’uccisione dell’intero branco. Sotto gli occhi del piccolo animale atterrito cadono tutti i suoi riferimenti del branco ed in primis la madre.

Alle femmine gravide viene subito aperto l’addome nel tentativo di trovare il feto ancora pulsante e provvedere all’immediata scuoiatura. Questa è la pelle di elefante più ricercata per tenerezza e lavorabilità.

La cosa però più grave che colpisce i giovani elefantini è la mancanza, durante la crescita, della guida materna. L’animale cerca pertanto un distorto inserimento in un branco che non conosce perché non ha mai vissuto. Davanti a sé deve accettare un rapporto imposto dall’uomo tramite le tecniche di addomesticamento (vedi articolo GeaPress).

Sono in particolar modo gli elefanti africani, dal carattere più vivace, ad arrecare incidenti, ma, anche nei circhi italiani, non sono mancati quelli causati dalla specie asiatica. Attacchi d’ira e comportamenti anomali frutto dell’alienazione indotta dalla cattività.

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