(GEAPRESS) – Come se già non bastasse, sulle decine di migliaia di animali contaminati dal petrolio del disastro del Golfo del Messico, si avvicina un’altro pericolo, ossia quello dell’uccisione.

Secondo alcuni ambientalisti non vale la pena di impiegare energie e risorse per tentare di salvare gli animali fortemente contaminati. Questo anche alla luce del fatto che molti di questi potrebbero avere ingerito quantità di petrolio  tali da non escludere danni permanenti che potrebbero manifestarsi anche dopo la liberazione.

Gli animali per essere ripuliti vengono sottoposti ad uno stressante periodo di cattività, oltre che ai ripetuti lavaggi con particolari solventi. Eppure nel mondo vi sono innumerevoli esempi positivi che contraddicono le pessimistiche stime di chi vorrebbe ucciderli. Contro l’appena l’1% di animali recuperati, sbandierato da chi giustifica la carneficina,  viene opposto fino al 90% di pinguini salvati nel Sudafrica, quando nel 2000 una gigantesca petroliera affondò tra due immense colonie nella regione di Cape Town. In effetti alla percentuale di rilascio non è detto corrisponda quella di sopravvivenza, ma la differenza tra le due stime è tanto evidente da fare pensare che, forse, qualche interesse a spingere verso soluzioni estreme potrebbe anche esserci.

Un aspetto poco noto, invece, è l’interesse di alcuni zoo. Sono già una sessantina gli zoo americani che hanno annunciato il possibile invio di personale per il recupero degli animali. Sarebbe bello, però, che gli stessi zoo dichiarassero poi quanti animali si sono portati via per le loro attività e come hanno giudicato l’irrecuperabilità visto che già in ambito protezionistico, sulle percentuali di possibile rilascio, esistono differenze prossime al 100%.  In tale maniera sono arrivati nei giardini zoologici occidentali, pellicani, pinguini e finanche otarie, oggetto di interessi commerciali molto utili anche ai circhi dove, di lì a poco, sono iniziati a comparire. (GEAPRESS).