GEAPRESS – Lo Zoo di Napoli avrà un’anima svizzera, anzi no, oriunda italiana ma luganese di adozione. Questo se verrà a concretizzarsi quanto comunicato ieri dalla Uilcom- UIL Campania sui probabili futuri assetti della sgangherata struttura zoologica partenopea vincolata, da comune proprietà, ad Edenlandia. Dovrebbe essere infatti il gruppo Brainspark a rilevare Park & Leisure che, per conto dell’Ente Mostra, gestisce le due strutture (zoo e parco divertimenti). Un milione e duecentocinquantamila euro per lo zoo e sette per Edenlandia. Ovvero, almeno sotto il profilo della proprietà, la stessa cosa.

L’anima di Brainspark è un nostro (oriundo) connazionale e si chiama Alfredo Villa. Nato in Valtellina, Villa ha da tempo titolarità svizzera ed ormai da parecchi anni, il suo nome compare nel mondo delle potenti finanziare luganesi. Cosa gliene importi dello zoo di Napoli non è ancora dato sapere, visto che gli interessi di Brainspark vanno dritti sul controllo di parchi tematici, finora, nel suo caso, esenti da animali in gabbia. Altro interesse è quello dei media. In questo caso anche con qualche polemica, trapelata durante l’acquisizione di altra sgangherata società, ovvero quella dell’ Ancona calcio. Si trattava, infatti, di produzioni pornografiche, fatto, comunque, ormai abbandonato. Anzi, da quando in Brainspark, .. pensate un pò, si dedica al terzo mondo con azioni filantropiche. Brainspark è quotata in borsa. Quella di Londra, anche perchè ha rilevato una famosa finanziaria inglese. Poi c’è la Cina, New York ed tante altre belle cose, ancora.

A dire il vero, Brainspark è interessata ad acquisizioni di minoranza e tra le più rilevanti, in Italia, vi sono quelle di Ondaland e Mediapolis. Non sarebbe il primo caso in tema di zoo. Il Fondo (pubblico) di Nord Est, con i risparmi dei cittadini di quell’area geografica (magari anche contrari agli zoo) promossi dallo Stato, ha nel recente passato ricapitalizzato l’attività di un piccolo zoo privato locale che oggi si presenta come Bioparco di Cumiana, in provincia di Torino. Da tutt’altra parte, ovvero in Piemonte ma ricadenti verso la Lombardia, ci sono i due parchi di Brainspark, Ondaland e Mediapolis. Furono rilevati dopo attente valutazioni sul bacino di utenza che potevano offrire le due collocazioni. In altri termini, per potersi mantenere i parchi di un certo livello devono essere inseriti in aggregati urbani, veri. La loro specialità è quella della gestione di afflussi turistici di massa, ovvero basati su un target di tipo familiare con associati sistemi alberghieri utili ad accogliere una permanenza del tipo mordi e fuggi.

Cosa ben diversa, ad esempio, dai calcoli da pallottoliere che il Comune di Roma, ormai quasi un quarto di secolo addietro, fece sul Master Plan di conversione dello zoo di Villa Borghese in bioparco. In quel caso furono talmente poco corrispondenti alla realtà degli afflussi che, per farli combaciare con le previsioni, cambiarono … le previsioni! Ovvero fecero un secondo, posticcio, Master Plan.

Ed ora, a Napoli, cosa succederà? Dopo l’annunciato fallimento a cavallo tra 2003 e 2004 siamo alla seconda crisi che rischia di tramutare per sempre il volto dell’Ente Mostra. Non era forse meglio fare fallire direttamente nel 2003 lo zoo di Napoli invece di farlo addossare ad Edenlandia, e procurare una sistemazione dignitosa ai poveri animali rimasti? Chi ha garantito economicamente lo strascico finanziario? E soprattutto: possono essere compatibili le roboanti iniziative del nostro ex connazionale ora luganese, con i vincoli della Soprintendenza che gravano sullo zoo?

Proprio alla Soprintendenza, durante l’incursione di Striscia La Notizia nel dicembre scorso (vedi servizio di Striscia) fece riferimento il patron dell’Ente Mostra, Cesare Falchero. Le indecenti condizioni dello zoo, mostrate nel bel servizio di Edoardo Stoppa, furono inoltre completate dalle dichiarazione di un operaio dello zoo che riferiva dei pappagalli rubati. C’era poi l’elefante inscatolato e le tigri che si muovevano come le mosche in un barattolo.

E dire che già dal 1996 lo zoo di Napoli poteva essere privato di molti dei suoi animali, ma le romane previsioni, ancora una volta, fecero miracoli. Lo zoo, infatti, prima della gestione Falchero, era aperto al pubblico senza essere autorizzato alla detenzione degli animali cosiddetti pericolosi. In altri termini, non poteva essere aperto al pubblico, ma la Prefettura non se ne accorse mai. Più in particolare doveva essere la Commissione Cites del Ministero dell’Ambiente a rilasciare l’idoneità alla detenzione che era stata fino ad allora negata. Poi venne il liquidatore del Tribunale di Napoli, i sindacati che giustamente difesero gli operai e l’Ente Mostra e la sua voglia di rinnovamento.

Anzi, a questo proposito, Falchero pubblicizzò molto la consulenza della dott.ssa Gloria Svampa, presidentessa di una piccola associazione di categoria degli zoo (… ma è l’unica che c’è, circhi equestri a parte), oltre che in quel momento componente della Commissione ministeriale. A scanso di equivoci la Svampa si astenne, ma la Commissione, senza nulla essere cambiato nello zoo della neo gestione, si adeguò alla ventata di novità (cartacee) e rilasciò la pezza utile per l’idoneità alla detenzione di tigri, leoni, ippopotamo ed elefante. Edoardo Stoppa, nel 2010, mostrò, però, uno zoo ancora identico al suo vecchio squallore.

Ed ora? Se corrisponde al vero la notizia circolata ieri, dobbiamo solo sperare che al nostro ex connazionale che investe in azioni filantropiche, interessi qualcosina delle tematiche animaliste, chiudendo lo zoo e cedendo gli animali ad altre strutture almeno più dignitose. Non ci vorrebbe molto a trovarle. Sempre che in Svizzera importi qualcosa.

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