GEAPRESS – Knut galleggiava, ieri pomeriggio, a testa in giù sotto gli alti muri del fossato. Parrebbe essere spirato in acqua, forse dopo un lieve spasmo. Un attacco cardiaco, hanno detto allo zoo. Ovvero qualcosa di simile all’arresto cardiaco, la causa di morte (ovvia) che più o meno tutti gli zoo dichiarano dopo il decesso di un animale. L’autopsia, comunque, sarà eseguita a breve.

Appena saputo che era morto gli addetti dello zoo di Berlino si sono precipitati per interdire l’accesso all’area. Il pubblico, però, aveva visto quanto bastava per rimanere sconvolto e nonostante l’immediato intervento, un turista italiano è riuscito a fotografarlo e a vendersi lo scatto. Finanche il suo ultimo respiro ha prodotto soldi.

Suo malgrado, il re Mida degli zoo, si era così rivelato fin dalla nascita avvenuta nel dicembre 2006. Centinaia di migliaia di giovani e giovanissimi visitatori paganti avevano fatto la fila. Ora, invece, era stato dimenticato. Secondo alcuni la zampa anteriore sinistra ha iniziato a tremare. L’orso ha fatto alcuni giri su se stesso ed è scivolato in acqua. Secondo altri è stato invece notato quando già galleggiava nella parte allagata del fossato di cemento che fin dalla nascita aveva contenuto tutto il suo micromondo. Al chiuso del grande buco dello zoo di Berlino. La più grande campagna mediatica dell’industria zoo se ne è andata pure con lo smacco, circolato solo in ambito italiano, della morte per crepacuore.

La sua presunta “compagna”, Gianna, era arrivata inscatolata dallo zoo di Pistoia. Era stata così chiamata in onore di Gianna Nannini (!?) e doveva servire a fare nuovi cuccioli (chissà cosa la Nannini avrà pensato). In seguito venne trasferita. Knut, costretto dalla cattività umana, l’aveva in realtà sempre ignorata. Questo anche quando l’orsa andava in calore, ovvero l’unico periodo dell’anno che attira l’interesse di un maschio in età riproduttiva. Per il resto dell’anno se ne stava per i fatti suoi. Anzi, l’orsa doveva imparare a diffidare subito di lui, dal momento in cui (padri compresi) i cuccioli li possono mangiare. Sono le leggi dell’artico, l’unico posto nel quale un orso polare deve nascere. Non le regole pecuniarie della mistificazione da cartone animato che l’uomo gli ha costruito sopra.

Knut era stato abbandonato dalla madre subito dopo la nascita, assieme al fratellino il quale visse appena quattro giorni. Knut era l’unico sopravvissuto dei vari tentativi dello zoo di Berlino di fare riempire con orsi autoprodotti i propri spazi di reclusione. Obeso già a pochi mesi di vita (era goloso di dolcetti), scivolò poi, ferendosi ad una zampa, in una delle orrende finte rocce fatte con il cemento. Accusò, poi, problemi comportamentali spiegati nelle pagine di GeaPress dal dott. Enrico Moriconi, Medico Veterinario (vedi articolo GeaPress). Mentre lui scivolava sempre più in basso, le azioni dello zoo di Berlino volavano in alto. Un fatturato da cinque milioni di euro nel primo anno di “vita”, ed una serie infinita di peluche ed altre sciocchezze speculate sulla sua prigionia. Poi, film, canzoni e altre amenità. La sua immagine finì anche in Tribunale per un contenzioso con un altro zoo che accaparrava diritti.

Knut, è servito a fare arricchire grazie ad un messaggio snaturato quanto pericoloso, ovvero far ritenere che gli animali al chiuso degli spazietti che l’uomo gli impone, servono ad educare. Prigioniero fino alla morte, con la scusa della biodiversità ingabbiata, e delle tasche piene di chi lo ha voluto far nascere. Già da tempo c’eravamo scordati di Knut. Rimaneva solo un fantasma che alcuni tentavano di fare riprodurre. Accadrà ancora, lo spettacolo deve continuare.

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