vivisezione
GEAPRESS – Una sostanziale conferma delle peggiori previsioni in merito al recepimento della Direttiva europea sulla “vivisezione”, attuata dal Consiglio dei Ministri lo scorso 28 febbraio. Il testo, anticipato oggi dal Sole 24 ore Sanità (link in calce all’articolo) è in sostanta quello pervenuto dal Parlamento.

Difficile trovare aspetti di sostanziale miglioramento, anzi la questione rimane molto ingarbugliata anche sull’uso di cani, gatti  e primati non umani. Un cumulo di articoli che si derogano tra  loro in un quadro complessivo che già da un primo esame appare in conflitto anche terminologico. Se il “vivisettore” viene chissà perchè aborrito come figura medioevale, in nessuna parte della legge compare il termine “sperimentatore”. Da oggi, quello che nel linguaggio comune è un  “vivisettore” poi mutuato in sperimentatore, per la nuova legge sarà “l’utilizzatore”.

Quarantadue articoli, vari allegati e note esplicative.

Si inizia quasi subito (art. 2) con le fattispecie escluse dalla normativa che, almeno in teoria, dovrebbe riguardare la “protezione degli animali utilizzati a fini scientifici“. Singolare il confine per stabilire, sulla base del dolore,  tra quanto normato e quanto, invece, viene escluso. Sarà infatti il dolore provocato da un “ago“, secondo le “buone prassi veterinarie“, a decidere se inglobare nella norma oppure no le pratiche “non suscettibili di causare” dolore sofferenza, stress, o danno prolungato equivalente o superiore all’ago. In altri termini, se il dolore è inferiore ad una puntura, non rientra nei canoni. Tutto il resto, sarà protetto dalla norma, ovvero, a ben leggere, quasi tutto si potrà fare.

Veramente escluse parrebbero essere le procedure finalizzate alla produzione o il controllo di materiale bellico, mentre (articolo 5, comma 2, lettera a) i test tossicologici con i protocolli della Lethal Dose – LD50 e della Lethal Concentration – LC50 sarebbero vietati ma “tranne i casi in cui risulti obbligatorio da legislazioni o farmacopee nazionali o internazionali”. Stesso principio di fatto derogatorio anche per la produzione di anticorpi monoclonali tramite l’induzione dell’ascite, “qualora esistano corrispondenti altri metodi di produzione e non risulti obbligatorio da legislazioni o farmacopee nazionali o internazionali“. Divieto di procedere anche per xenotrapianti o sostanze d’abuso ma solo a partire dal primo gennaio 2017 e salvo (come regola generale dell’intero Decreto) per le sperimentazioni già autorizzate. Tale divieto appare però quantomeno improbabile.  Un monitoraggio dovrà, infatti, verificare l’esistenza di metodi alternativi. Una metodologia che però la legge non finanzia.

Divieto anche per le esercitazioni didattiche svolte nelle scuole primarie, secondarie, e nei corsi universitari. Si potrà invece sperimentare nella formazione universitaria in medicina veterinaria nonchè dell’alta formazione universitaria dei medici e dei medici veterinari:

COME UCCIDERE GLI ANIMALI

All’articolo 6 arrivano i “metodi di soppressione“. Tutti con minimo dolore, ma secondo quanto previsto dall’Allegato IV. Oltre quelli  autorizzati ve ne potrebbero essere altri nel caso in cui  “gli animali non sono coscenti, a condizione che l’animale non riprenda conoscenza prima della morte“.

La soppressione, ad ogni modo,  è “completata” mediante “conferma dell’arresto permanente della circolazione, distruzione del cervello, dislocazione del collo, dissanguamento, …. proiettile captativo, dislocazione cervicale, …colpo di percussione alla testa,decapitazione, elottrocuzione, ….colpo a proiettile libero con fucili, pistole e munizioni adeguate (secondo diversi requisiti in funzione delle classi animali).

Tutti uccisi negli stabilimenti autorizzati? No! In calce all’Allegato IV è autorizzata la soppressione anche negli stabilimenti di un allevatore, di un fornitore o di un utilizzatore, ma nel caso di ricerche sul campo animale può essere soppresso anche al di fuori di uno stabilimento utilizzatore.

Anche se già  abbastanza sembra derogato, non è in effetti ancora  così nel momento in cui è espressamente consentito, in base a prove scientifiche, l’uso di altro metodo, considerato altrettanto umanitario (?). Idem se è scientificamente provato che è impossibile raggiungere lo scopo della procedura ricorrendo a un metodo di soppressione già descritto nell’allegato IV.

SPECIE MINACCIATE DI ESTINZIONE

L’articolo sette inizia con il solito divieto. Non si potranno utilizzare animali di cui all’Allegato A della Convenzione di Washington, ovvero le specie animali più minacciate di estinzione. Al successivo comma 2, però,  il Ministero può autorizzare (in via eccezionale) l’impiego degli animali prima vietati, ad esclusione dei primati non umani, nell’ambito di particolari procedure. Quali sono queste procedure?

Si tratta della ricerca applicata  nell’ambito dello sviluppo, della produzione o delle prove di qualità, di efficacia e di innocuità dei farmaci, dei prodotti alimentari, dei mangimi e di altre sostanze o prodotti. Poi ancora sulla profilassi, la prevenzione la diagnosi o la cura delle malattie, del cattivo stato di salute o di altre anomalia e dei loro effetti sugli esseri umani, sugli animali o sulle piante. Oppure ancora se è scientificamente provato che non è possibile raggiungere lo scopo se non utilizzando anche animali molto rari. Delle limitazioni, sembra di capire, un po’ troppo estese.

Ed i primati non umani minacciati di estinzione? Anche loro potranno essere “utilizzati”, ad esclusione delle scimmie antropomorfe. Autorizzati ma, ovviamente, sempre in via eccezionale. Anche in questo caso se è scientificamente provato che non ci sono alternative per raggiungere lo scopo.

ANIMALI PRELEVATI ALLO STATO SELVATICO

L’articolo 9 inizialmente vieta, ma poi il Ministero può autorizzare! Anche in questo caso, se viene provato che è impossibile raggiungere lo scopo. Sarà possibile catturali, ma da personale competente e senza dolore o stress.

ANIMALI CHE SI POSSONO UTILIZZARE  E QUESTIONE RANDAGI SI – RANDAGI NO

Salvo quanto vietato (e derogato) a proposito di animali selvatici, l’articolo 10 dispone che gli animali devono provenire da allevamenti autorizzati. Ancor prima di scendere nei particolari, si evince una sottolienatura per i primati non umani. Le cose non vanno proprio benino, visto che l’iniziale divieto di utilizzare selvatici, vale a partire dalla data specificatamente prefissata. Nel caso del Macaco di Giava, il termine decorre a partire dai cinque anni dalla pubblicazione dello studio di fattibilità da parte della Commisisone UE. Oltre a ciò per il Macaco reso e tutte le altre specie di primati non umani, si deve coinsiderare se lo studio non raccomandi un periodo esteso. Parrebbe salvarsi (ovviamente il termine vale solo per quelli selvatici) la scimmitetta Uistitì la cui data per lo stop a soggetti non allevati decorre dall’entrata in vigore del decreto. Poi, però, si scopre (art. 10 comma 2) che l’uso dei soli primati non umani che discendono da soggetti nati in cattività, è completato anche da quelli  “provenienti da colonie autosufficienti“. Cosa significa? I due parametri (solo cattività o colonie autosufficienti) non sono congiunti, bensi alternativi.

Il bello, però, arriva al comma 3 dello stesso articolo 10, ovvero quando in deroga all’obbligo di utilizzo di animali provenienti “da allevamenti o fornitori autorizzati ai sensi dell’articolo 20“, il Ministero “può autorizzare l’impiego di animali delle specie di cui all’Allegato I” (tra cui cani e gatti ma anche primati, più moltissimi altri) “non provenienti da allevamenti o fornitori autorizzati“. Ovviamente “solo sulla base di giustificazioni scientifiche”. Come si colloca allora il successivo comma 5 che così recita “E’ vietato l’allevamento di cani, gatti e primati non umani per le finalità di cui al presente decreto“. Il comma 3 consente di poterli prelevare (ivi compresi cani e gatti) anche da fornitori e allevamenti non autorizzati.

La questione si fa ancora più intrigante al successivo art. 11 (animali randagi e selvatici delle specie domestiche).
Il comma 1, infatti, parrebbe perentorio: “è vietato l’impiego nelle procedure di animali randagi o provenienti da canili o rifugi, nonchè di animali selvatici delle specie domestiche“. Fino a quando un cane è però “randagio”? Lo è anche quando ha un padrone che lo riscatta? E la sua discendenza? Un dubbio, questo, che già nei mesi scorsi è stato sollevato in alcuni ambienti animalisti.

Ad ogni modo, come un po’ tutto il provvedimento che ricalca la Direttiva europea del 2010 alla quale l’Italia non si è opposta, arriva anche per i randagi quella che potrebbe sembrare  una sorta di deroga. Il comma 2 dell’art. 11, infatti, così recita: “Il ministero può autorizzare, in via eccezionale, l’impiego di cani e gatti di cui all’allegato I, nell’ambito delle procedure quando è sufficientemente provato che è impossibile raggiungere lo scopo …“. Si ricorda che l’allegato I riferisce, tra i tanti animali, di “cani” e “gatti” collegati all’articolo 10 che consente, al comma 3, il prelievo anche da fornitori e allevamenti non autorizzati. Dove termina il cane (ex) randagio, ed inizia quello di proprietà?

Nella “relazione illustrativa” allegata al decreto, si è però tenuto a precisare come il divieto per animali randagi e selvatici appartenenti alle specie domestiche è “tassativo ed inderogabile“. Anzi, viene addirittura precisato che tale divieto rientra tra le “misure più rigorose” rispetto a quelle previste dalla direttiva di recepimento. Questo perchè, dice sempre la “relazione illustrativa“, trattasi di un divieto preesistente alla data del 9 novembre 2010. L’art. 2 della stessa Direttiva prevedeva di fare salvo quanto già vietato in precedenza. In altri termini cani e gatti randagi erano già  da prima vietati.

STABILIMENTI AUTORIZZATI E NON

La cosa si complica anche alla luce del successivo art. 12, quando cioè sembra essere stato posto il divieto di eseguire la sperimentazione al di fuori degli stabilimenti degli utilizzatori autorizzati. Questo al comma 1 ma il successivo comma 2, deroga!  Certo, invece, il divieto del taglio delle corde vocali, così come il commercio, acquisto ed uso di animali afoni. Del resto, anche tale divieto, in Italia era preesistente.

ANESTETICI ED ANALGESICI

Divieto anche per gli anestesi (art. 14) qualora causano dolore intenso a seguito di gravi lesioni. Il tutto, però, ad eccezione delle procedure per la sperimentazione di anestetici ed analgesici. Per l’anestesia (comma 2 art. 14) vale quanto disposto dalla legislazione o farmacopea nazionale o internazionale.

ALTRE NORME

E’ previsto il “riuso” dell’animale ma a determinate condizioni. All’articolo 18 è inoltre promossa  la condivisione di organi e tessuti tra utilizzatori. Il tutto, però, senza alcun onore per la finanza pubblica. A spese di chi, non è detto.

E’ previsto anche un “organismo preposto al benessere degli animali (art. 25) e suoi compiti” (art. 26). , ma l’istituzione è affidata allo stesso allevatore fornitore o utilizzatore.

IL (NON) FINANZIAMENTO DEI METODI ALTERNATIVI

Il Ministero della Salute, all’art, 37, li promuove finanziandoli però solo con le entrate derivanti dalle sanzioni (qualora fossero contestate ed incassate) del presente decreto. Questo perchè, come dice l’art. 41, “dall’attuazione del presente decreto non  derivano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Ad ogni modo, ci saranno anche 52.500 euro (sic!) annuali derivanti dalla riduzione di spesa di altra legge. In ultimo un milione di euro, per tre anni di seguito, di cui solo il 50% da destinarsi alla ricerca e sviluppo dei metodi alternativi (in tutta Italia). Questi 500.000 euro saranno però destinati alla ricerca degli Istituti zooprofilattivi sperimentali. Niente “medicina” nel senso più comune del termine.

Senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica è anche il Comitato Nazionale per la protezione degli animali usati a fini scientifici (art. 38). Lasciando perdere i compiti di un comitato … a titolo gratuito .. si rileva come non  siano stati previsti  rappresentanti di associazioni animaliste.

Troppo basse, le sanzioni, almeno per i grossi gruppi multinazionali. Tutte sanzioni amministrative. Sulle modalità del decesso: sanzione amministrativa, da 9.000 euro a 60.000. Di certo non un dramma per chi colpevole qualora il contratto, ad esempio di una multinazionale, prevede la copertura di ogni incidente di percorso ed ammesso poi che venga contestato il massimo della sanzione.  E chi sorpreso ad allevare cani e gatti di cui all’articolo 10 comma 5 (cosiddetto articolo anti Green Hill?)? Eccetto che il fatto non costituisca reato, sanzione amministrativa da 30.000 a 90.000 euro. Se poi si rendono gli animali afoni, fermo restando il reato di maltrattamento, la sanzione varia da 15.000 a 150.000 euro oltre che la revoca dell’autorizzazione.  Se però ha solo commerciato, acquistato o usato animali resi afoni, la sanzione amministrativa è appena compresa tra 5.000 e 15.000 euro. Insomma, i camici bianchi, rimangono sempre al di sopra.

 

Forse la vera anima (nera) di questa legge risiede nel sostanziale mancato finaziamento dei metodi alternativi. Se poi tutto è vietato, salvo che non vi siano metodi alternativi, il cerchio si può considerare chiuso.

La vera radice di una legge che lascierà l’amaro in bocca a molti, risiede però nella mancata opposizione del Governo italiano alla Direttiva europea approvata nel settembre 2010. E su questo che gli oppositori filo vivisettori-sperimentatori-utilizzatori, hanno avuto gioco facile.

Una politica fatta di spot e poca attenta ai contenuti.

(vedi Testo del Sole 24 ore Sanità)

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