GEAPRESS – Arrampicati fin sui camion. Poi a passare e ripassare sulle strisce pedonali di colore rosso, come le braccia e le mani macchiate di “sangue” In tanti, tantissimi se si pensa che portare poche decine di persone nell’area industriale di Pomezia (RM), tra stradoni e stabilimenti, è già cosa difficile. Figuriamoci 600 persone che ieri hanno dato vita, fino al tardo pomeriggio, ad un lungo presidio di protesta contro la Menarini, il colosso farmaceutico italiano ed il suo Research Toxicology Center, ovvero tra i più grandi, se non il principale, cliente italiano di Green Hill.

Poco importa se il campus Menarini era distante oltre un chilometro e mezzo. Strada inaccessibile per la presenza delle Forze dell’Ordine. Ieri, però, non vi è stata persona che si è trovata a transitare nei luoghi, che non sia stata informata di quello che accade a Pomezia. Nessuna reazione da parte della Menarini che proprio ieri, però, si era dichiarata tranquilla. A margine di un convegno di Farmaindustria, infatti, Lucia Aleotti, figlia del patron Alberto, ha in tal senso commentato la notizia di un sopralluogo dei Carabinieri del NAS presso la sede di Siena della Monte dei Paschi.

L’inchiesta è relativa alla presunta truffa ai danni del Servizio Sanitario Nazionale ed all’ipotesi di capitali scudati. Tutto a posto, ha dichiarato il legale della famiglia, in quanto, a suo dire, dopo quattro anni di indagine, si dimostrerà in giudizio l’infondatezza delle accuse.

Chi invece un giudizio lo ha già dato, sono gli attivisti animalisti accorsi a Pomezia dopo che la neo costituita Associazione “Attivisti per i Diritti Animali di Pomezia”, aveva indetto la manifestazione. Messa al bando della vivisezione e liberazione degli animali detenuti. Un altro effetto, forse, del muro che scricchiola. Non sono passati neanche due anni dalla famigerata Direttiva del 2010 (meglio conosciuta come Direttiva vivisezione) ed a stento, prima della costituzione dei comitati locali, qualcosa si conosceva su Green Hill. Figuriamoci Pomezia. Proviamo a tornare indietro di due anni e solo ipotizzare seicento persone che per molte ore, sotto il sole battente, hanno informato se non proprio tutti, quante più persone possibili.

Poi un gradevole spuntino offerto dal circolo fruttariani e di nuovo a volantinare e ripercorrere quelle strisce pedonali rosse. Non sempre seicento tutti assieme, ma c’era anche chi aveva esigenze diverse. Rientrare a Caserta o addirittura a Messina.

Prima o poi finirà, nonostante un settimanale abbia ora dedicato la sua copertina all’insostituibilità della vivisezione, anzi no della sperimentazione animale. Eppure, anche secondo l’etimo, vivisezione significa “vivo” e “sezione”. Addirittura secondo il dizionario dell’enciclopedia italiana Treccani, pur secondo un’accezione restrittiva del termine, vivisezione designa ogni atto operatorio su animali vivi, svegli o in anestesia totale o parziale. Una “o”, ovvero ipotesi alternative non congiunte. Ristabiliamo la realtà, almeno della lingua italiana. Non saranno tutti “atto operatorio”, ma in fin dei conti diversa dalla vivisezione c’è una cosa sola. L’ autopsia.

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