GEAPRESS – Un’indagine che ha svelato un’inedita realtà, con risvolti anche comici, quella condotta dalla Fondazione Hans Ruesch sull’osservanza della legge 413 del 12 ottobre 1993, relativa alle norme sull’obiezione di coscienza alla sperimentazione animale. Anzi, come commentano dalla stessa Fondazione, si potrebbe definire una inchiesta sull’ostruzionismo al diritto di obiezione di coscienza alla sperimentazione animale nelle università italiane.

Il tutto prende spunto dall’indagine, pubblicata nel dicembre 2009, del Comitato Nazionale di Bioetica. Risultati ancora più aggiornati, quelli della Fondazione, e pubblicati appena quattro giorni addietro. L’evidenza più clamorosa è senz’altro la discordanza (per dirla con un eufemismo) delle conclusioni dei due studi. Colpe, però, che a detta della Fondazione, vanno estese anche a quelle Associazioni accusate di avere abbandonato la legge.

Nessuna, o scarsa applicazione, dunque. In Italia può così accadere che l’Università comunichi alla voce riportante gli estremi di legge, la seguente frase “regolamento dati sensibili e giudiziari“. Stop, nulla più. E’ successo alla Facoltà di Medicina di L’Aquila, mentre a Bologna il diritto all’obiezione di coscienza e il testo integrale della legge 413 sono inseriti nel sito web della Facoltà di Medicina, ma solo per iniziativa di un professore estraneo alla Facoltà. Non va meglio alla facoltà di Farmacia di Parma, dove digitando le parole chiavi compare un lungo documento sostanzialmente favorevole alla sperimentazione animale integrato solo da un articolo della legge 413. La legge, invece, impone di darne ampia pubblicità. Nulla, invece, presso le facoltà di Medicina e Farmacia di Trieste, città dove invece, proprio per le recenti polemiche sull’ampliamento degli stabulari, si dovrebbe dare maggiore informazione. Per queste, ed altre Facoltà, nessuna risposta è arrivata alla richiesta di chiarimenti avanzata dalla Fondazione.

Ovviamente ci sono le istituzioni che hanno risposto, sebbene a modo loro. A Roma, la Facoltà di Medicina Agostino Gemelli, sollecitata da una raccomandata della Fondazione a seguito della verificata assenza di informazioni, ha inserito una pagina nella sezione del Centro Ricerche Sperimentali (CenRiS). Cliccandovi, però, appare anche una frase posta in evidenza: “[…] i discenti lavorano in vivo solo dopo aver partecipato a lezioni teoriche frontali […] Essi infatti accedono alla sperimentazione animale solo nei casi in cui i suddetti modelli non riproducano in maniera completa ed esaustiva la realtà che si viene a verificare nella pratica chirurgica del paziente“. Secondo la Fondazione Hans Ruesch si tratterebbe di un caso finanche imbarazzante dal momento in cui si affermerebbe come la sperimentazione animale riproduce in maniera completa ed esaustiva la realtà che si viene a verificare nella pratica chirurgica del paziente.

Una sorta di diritto all’esonero, non previsto dalla legge, sarebbe invece riconosciuto dalla Facoltà di Medicina di Milano, intervenuta nelle proprie pagine informative solo dopo l’intervento della Fondazione. Incongruenze, errori, riassunti molto parziali sono inoltre diffusamente presenti. In pratica ce ne sarebbe abbastanza per potere affermare che in tema di obiezione di coscienza alla sperimentazione animale in Italia, non viene di fatto fornita alcuna sostanziale informazione.

Seguono poi varie peregrinazioni presso le segreterie universitarie, imbarazzanti ricerche telematiche ed infine incredibili risposte che presso le Facoltà in oggetto non si esegue sperimentazione nel corso delle lezioni! Nessun cenno alle lauree ed ai dottorati, invece.

In tutto 128 Facoltà investigate, delle quali il 90% risulterebbero inadempienti. Dopo le sollecitazioni della Fondazione la percentuale si è abbassata al 68%, quanto basta, però, per potere affermare come ancora molto c’è da fare. E’ pur vero, dicono dalla Fondazione Hans Ruesch, come l’impegno ad ottenere dei risultati produce i suoi frutti. Ora l’appello è rivolto agli interessati. Attivate ed informate la Fondazione Hans Ruesch.

SCARICA QUI L’INCHIESTA DELLA FONDAZIONE HANS RUESH

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