GEAPRESS – Prima condanna (definitiva), ma solo perché l’imputato ha patteggiato la pena. Viceversa vi è un’altra condanna molto significativa, anche per il tenore degli imputati, sebbene il procedimento si è fermato alla condanna di primo grado, per via dei tempi di prescrizione. 

A Modena l’imputato ha chiesto di pagare una sanzione ridotta e di potere così di fatto uscire dal procedimento penale intentato a suo carico. I fatti sono occorsi lo scorso marzo a Mirandola (vedi articolo GeaPress) in provincia di Modena, sebbene le Fiamme Gialle della Guardia di Finanza avevano reso noto l’intervento il 27 maggio. Sperimentazione animale condotta all’interno di una cascina, ovvero luogo non autorizzato allo scopo.

Chi invece decise di andare al processo e risultò in primo grado condannato, fu nel 1992 un nutrito gruppo di sperimentatori dell’Istituto di Fisiologia Umana dell’Università di Palermo. Sede degli esperimenti: lo stesso Istituto. Vennero giudicati e condannati, tutti, in primo grado con il vecchio articolo 727 del Codice Penale sul maltrattamento di animali. Il procedimento incappò, poi, nei tempi di prescrizione e non fu possibile arrivare alla sentenza per i successivi gradi di giudizio. Il più debole reato di contravvenzione di cui al 727, comprendeva, però, sia le condotte riferibili in qualche maniera anche alla legge speciale (ovvero, nel nostro caso, la legge sulla sperimentazione animale) che commesse non rispettando la stessa (come ora nel caso di Mirandola). In quest’ultimo caso, infatti, la sperimentazione avveniva in un luogo non autorizzato e comunque inidoneo, ovvero la cascina di campagna. Cosa, ovviamente, non prevista dalla legge.

A Palermo, invece, la sperimentazione avveniva addirittura all’interno dell’Istituto di Fisiologia Umana dell’Università, con i laboratori regolarmente ispezionati dall’ASL Veterinaria oltre che risultanti nelle stesse pubblicazioni dei ricercatori. Tra questi, ovvero tra quelli condannati in primo grado, pure un ex Rettore dell’Università di Palermo e il Preside della Facoltà di Medicina, oggi entrambi defunti. Si trattava di esperimenti acuti e cronici compiuti sui gatti. Tali esperimenti sono ancora oggi consentiti dalla legge speciale di settore contro cui nulla si potrebbe, tranne se compiuti, ad esempio, in una cascina di campagna.

I gatti di Palermo venivano sperimentati tramite applicazione di un scatolino avvitato sulla scatola cranica, dal quale fuoriuscivano numerosi aghi che si infilzavano nel cervello. Erano gli elettrodi che stimolavano le diverse aree cerebrali per verificarne le reazioni. Questi gatti potevano essere utilizzati nel corso di più esperimenti. Altri, invece, erano usati per esperimenti di tipo cronico, ovvero si concludevano con la morte del gatto. Si trattava dello scoperchiamento della scatola cranica, ed è chiaro che un animale non potesse così sopravvivere al post intervento.

Se gli esperimenti della cascina di Modena fossero avvenuti, nel rispetto dei protocolli, all’interno dell’Istituto di Palermo, come in qualsiasi altro autorizzato, nulla sarebbe stato possibile fare per salvare gli animali. Questo, dal momento in cui gli articoli 544/bis (uccisione di animali) e 544/ter (maltrattamento di animali), così come formulati dalla legge 189/04, non possono applicarsi nei casi previsti da una legge speciale. Nel nostro caso quella sulla sperimentazione animale. Paradossalmente, con il vecchio 727, pur essendo solo un reato contravvenzionale, sarebbe stato possibile. Oggi, invece, per un ambulatorio come quello di Palermo, così come per tutti gli altri autorizzati, vale solo il “nuovo” 727, gravemente depotenziato e con alcune importanti fattispecie trasferite dalla legge 189/04 nei nuovi più blindati reati di cui al 544/bis e 544/ter.

In altri termini, quello di Mirandola non era uno stabulario, ma una casa mezza diroccata di campagna. Cosa non prevista dalla legge speciale (… per fortuna).

I fatti di Palermo avvennero nel 1990 quando durante l’occupazione di numerosi Istituti universitari da parte della famosa “pantera” (la denominazione prese spunto da una pantera – vera – che in quel periodo si aggirava libera per l’Italia), venne occupato l’Istituto di Fisiologia Umana dell’Università. A rivendicare quell’occupazione una sigla animalista mai più riapparsa. Il MAP, Movimento Animalista Palermitano. A firmare la denuncia presso la Procura della Repubblica del capoluogo siciliano, intervenne l’allora Senatore di Democrazia Proletaria Guido Pollice, più alcuni esponenti del mondo animalista della città. Rimane non chiarito come il corposo materiale trafugato dall’Istituto, tra cui alcune videocassette ove si sentivano i vivisettori ridere dopo che veniva provocata la scarica elettrica nel cervello dei poveri gatti, riapparve poi anche tra i banchi del Senato. Forse una denuncia di (improbabile) furto presentata giorni dopo l’occupazione dai responsabili dell’Istituto, potrebbe aver scatenato l’invio di un plico galeotto direttamente a Palazzo Madama.

A seguire le indagini fu il Nucleo di P.G. dei Carabinieri guidato dall’allora Capitano Cavallo. Avvocato difensore dei ricercatori, era invece Francesco Crescimanno, negli anni successivi candidato Sindaco del raggruppamento di centro sinistra, che perse le elezioni.

Tutti i gatti, comunque, furono liberati. Tra questi “lampadina”, piccola micetta che pochi giorni dopo la liberazione dall’Istituto, dette alla luce alcuni meravigliosi gattini. Nel cervello aveva ancora lo spinotto con trenta aghi infilzati.

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