Al fine di inquadrare l’assurdità scientifica della vivisezione, basti sapere che l’attuale legge, risalente al gennaio 1992, non riferisce apertamente di vivisezione. Al passo con i tempi, ma solo per le mistificazioni mediatiche, la legge disciplina sulla “protezione degli animali utilizzati ai fini sperimentali o ad altri fini scientifici”. Trattasi, infatti, dell’attuazione di una Direttiva Europea che più o meno in eguale forma, ha deciso la fuorviante titolazione. Per uscire dall’ambiguità terminologica, è preferibile riportare il non ancora abrogato primo comma dell’art. 1 della Legge 614 del 1941 così come nella sua interezza ripreso da una precedente disposizione del 1931. Nel 1941 Vittorio Emanuele III per grazia di Dio e volontà della Nazione, Re d’Italia e d’Albania, Imperatore d’Etiopia, approvava in armonia con la Camera ed il Senato dei Fasci e delle Corporazioni, la “disciplina della vivisezione e degli altri esperimenti sugli animali”. Il comma in oggetto rappresenta una formidabile sintesi dell’attuale impostazione legislativa in materia di sperimentazione animale. Così, infatti, recita: “la vivisezione e tutti gli altri esperimenti sugli animali vertebrati a sangue caldo (mammiferi ed uccelli) sono vietati quando non abbiano lo scopo di promuovere il progresso della biologia e della medicina sperimentale …”.

L’attuale legge, deroga praticamente su tutto. Sono possibili interventi senza anestesia, è possibile operare su animali esotici finanche interessati dalla Convenzione di Washington sul commercio di specie in via di estinzione, fissa dei criteri di stabulazione (definiti peraltro come orientamenti) inverosimili.  Un gatto di cinque chili, infatti, può essere rinchiuso in una gabbietta di superficie pari a centimetri 80×60, ed alta appena mezzo metro. Dovrebbe poter uscire di tanto in tanto dal suo allucinante microcosmo, salvo non interferire con gli esperimenti. Un cane di grossa taglia, più pesante cioè di trenta chili, potrà gioire di una superficie minima di un metro per due (2 metri quadrati). Deve gioire, perchè un primate pesante poco meno di lui potrà avere a disposizione una superficie minima di un metro e mezzo quadrato. Un suino di 40 chili, invece,  disporrà di una superficie minima pari a poco più di cinquanta centimetri per un metro e mezzo. In compenso avrà 80 centimetri per potersi allungare il collo verso l’alto. Lasciando perdere le misure delle gabbie per roditori e conigli che hanno reso drammaticamente reale l’immaginario paese di Lilliput, rileviamo  che tali misure, secondo la legge del 1992, siano state emanate a protezione degli animali! In tale ottica un infausto accordo Stato Regioni pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 51 del 3 marzo 2003, ha di fatto recepito queste misure “in materia di benessere degli animali da compagnia e pet-therapy”. Un box coperto per un cane di trenta chili è infatti dimensionato in appena due metri quadrati.
I principi di tale accordo  rimasero quasi del tutto inalterati alle critiche che pervennero, anzi per talune categorie, come per gli allevamenti di cani, furono specificatamente confermati.

Rimane da capire perchè la vivisezione è un assurdo scientifico. E’ un assurdo scientifico perchè, messa da parte l’omologazione claustrofobica delle condizioni di detenzione forse ispirate da una piantina di nave negriera, tutte le specie sono diverse tra loro e diversamente rispondono ad un principio farmacologico. Prova ne sia che prima dell’immissione di un farmaco nel mercato, la sperimentazione avviene sull’uomo. La decisione venne presa dopo gravissime offese alla salute umana arrecate da principi farmacologici che si erano rivelati del tutto innocui sugli animali. Da allora, ed a pagamento, si possono accettare i soldi di un istituto di ricerca firmando la disponibilità ad ingollarsi di pillole. E pensare che i principi attivi che costituiscono la base ad una infinità di preparazioni farmaceutiche sono pochissimi e sostanzialmente sempre gli stessi da decenni. Ma è la legge ad imporre ciò. Ivi compresa la sperimentazione animale. Poco importa se i risultati dedotti da una cavia non possono essere estesi all’uomo. Tanto se un farmaco risulta  innocuo per  un organismo diverso da quello umano, vi è sempre la salute di un bisognoso (spesso di paesi extracomunitari) che presta il suo corpo.

L’uso degli animali nel settore medico sanitario ha ormai sconfinato abbondantemente dal campo della sola sperimentazione farmaceutica. Basti pensare agli xenotrapianti ed alle biotecnologie, fino ad arrivare al cosìdetto Reach sulla tossicità di migliaia di sostanze, anche di uso comune, diffuse negli anni grazie all’insindacabile ossequio delle leggi del  mercato . Fino ad ora però, solo lo scrupolo e l’onestà di alcune industrie, quasi esclusivamente nel campo della cosmesi, ha voluto sottolineare l’estraneità all’uso di animali per la sperimentazione dei loro prodotti.  Degli animali, infatti, si può fare a meno, ma anche qui il volere è prettamente politico. Questo, purtroppo, risponde quasi automaticamente alle leggi del mercato prioritarie alle esigenze del consumatore. Figuriamoci degli animali.