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GEAPRESS – Intervento dell’associazione Animalisti Italiani Onlus dopo che il Ministero della Salute ha pubblicato i dati sugli animali utilizzati come cavie per la ricerca scientifica nel 2014. Sono 681.666, 30mila in meno rispetto al 2013.

Per la prima volta, afferma l’associazione, si scende sotto le 700mila unità, e i numeri sono in lenta ma costante decrescita ormai da molti anni, soprattutto in seguito alla Direttiva del 2010 dell’Unione Europea sulla protezione degli animali a fini scientifici.

Il dato, però, resta intollerabile.

Come sempre gli animali più utilizzati per queste sono i topi (485.820 unità nel 2014), seguiti da ratti, polli domestici, porcellini d’India, pesci zebra e altri pesci. Alto il numero dei macachi di Giava (443), mentre i cani sono stati 191 (300 nel 2013).

Tra le disposizioni della normativa del 2010 dell’Unione Europea troviamo: le informazioni sull’effettiva gravità delle procedure e sull’origine e le specie di primati non umani utilizzati, l’obbligo di indicare il numero di volte in cui si utilizza l’animale, l’indicazione della “sofferenza effettiva dell’animale” durante la procedura.

Il ricorso a tecniche alternative – ha detto Pier Paolo Cirillo, Vicepresidente dell’Associazione Animalisti Italiani Onlus – sta ormai prendendo sempre più piede nella comunità scientifica. Persino l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, in prima linea per quanto riguarda la ricerca sulle cellule staminali, sta diminuendo da anni l’utilizzo di animali promuovendo la ricerca in vitro o quella sul genoma umano. Lo stesso sta avvenendo nelle Università e nei principali centri di ricerca italiani e stranieri, grazie a finanziamenti sia statali sia privati. Negli Stati Uniti, ad esempio, il Presidente Obama ha stanziato ben 40 milioni di dollari per i metodi di ricerca alternativi. Ora bisogna fare un passo in più, e arrivare al più presto al superamento totale di queste pratiche medievali!“.

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