GEAPRESS – E’ un poco più complicata la vicenda del TAR di Brescia che è sembrato quasi aver “tolto” le autorizzazioni allo stabilimento di Green Hill. Il Tar di Brescia, sezione seconda, con sentenza depositata ieri, ha in effetti solo riconosciuto la legittimità del provvedimento di revoca, imposto dal Comune di Montichiari, all’autorizzazione di “stabilimento fornitore“. Revoca voluta già nel 2008 e così confermata nel 2010. Green Hill si era opposta e ieri la sezione seconda del TAR ha invece dato ragione al Comune. Green Hill, però, rimane sempre in possesso dell’autorizzazione allo “stabilimento allevamento“, autorizzazione, quest’ultima, rilasciata nel 2008 sempre dal Comune di Montichiari. Va via “fornitore” ma rimane “allevamento“. Cosa significa tutto ciò?

La distinzione è fondamentale anche perché la permanenza della seconda autorizzazione non implica sostanziali compromissioni per quello che Green Hill ha sempre fatto, ovvero l’allevamento di cani beagle.

Dalla sentenza del TAR sembrerebbe come l’area destinata a “fornitore” sia stata invece utilizzata per altro. Alla base vi è in effetti una diversa interpretazione della legge fornita dai due contendenti. Da un lato il Comune di Montichiari supportato dall’ASL. Poi il ricorrente, ovvero Green Hill. Per i primi, infatti, occorre una vera e propria separazione fisica.

Ad ogni modo, pur considerando le conclusioni del TAR, Green Hill potrebbe continuare ad allevare beagle per rifornire i clienti della sperimentazione animale. Non può però svolgere attività di fornitore. Tanto per intenderci non potrebbe fare come la Harlan. Prendere scimmiette da una parte ed inviarle ad un cliente.

In sintesi: Green Hill è ancora, almeno sotto il profilo autorizzatorio, “allevamento“. L’ASL ha addirittura manifestato come “incomprensibile” l’esigenza di Green Hill di voler essere anche “fornitore“.

Così come riportato nella sentenza del TAR, per Green Hill le attività esercitate come stabilimento fornire sarebbero però “presso l’ufficio a ciò dedicato, nello svolgimento di compiti amministrativi e di supporto per la Marshall Bio Resources di Lione”. Fatto, quest’ultimo, contestato dal Comune che già nel dicembre 2011 ha intimato a Green Hill di provvedere, entro 120 giorni, ad attuare gli “interventi finalizzati a garantire distinzione e separazione tra lo stabilimento fornitore e la struttura destinata all’allevamento, pena la revoca del provvedimento” [ndr: in attesa del giudizio del ricorso di Green Hill il Comune aveva temporaneamente reso inefficace il provvedimento di revoca].

Sempre agli atti del TAR vi sono le giustificazioni che Green Hill avrebbe fornito, ovvero che la legge “non imporrebbe la separazione tra stabilimento di allevamento e stabilimento fornitore“. Questo perché “l’attività di fornitore non implicherebbe necessariamente il ricovero di animali da commercializzare, potendo essere esercitata anche solo in forma di mediazione“. Letta così sembrerebbe quasi che gli animali potrebbero anche non essere fisicamente presenti.

Ma perché la norma ha teso a separare (intesa come separazione fisica, secondo l’interpretazione del Comune) lo “stabilimento fornitore” e lo “stabilimento di allevamento“? Ce lo ricorda lo stesso TAR che così scrive nella Sentenza: “una tale interpretazione risulta essere funzionale alla necessità di garantire la possibilità di un adeguato controllo del rispetto della norma. Il Legislatore ha, infatti, posto in capo ai titolari di stabilimento la responsabilità degli adempimenti amministrativi previsti dalla normativa, nonché delle operazioni di mantenimento degli animali e dello stato di salute dei medesimi. Esso ha, quindi, provveduto ad indicare quali sono i soggetti che debbono attendere alle varie attività e in quale modo deve risultare da uno specifico registro l’attività svolta dallo stabilimento onde possa essere rilevato l’elenco degli animali utilizzati, acquistati, la loro provenienza e la data del loro arrivo. Pertanto, la distinzione tra i due tipi di stabilimenti (di allevamento e fornitore) sembra rispondere allo scopo di evitare sostituzioni degli animali o introduzioni degli stessi senza l’osservanza delle norme: ragione per cui i medesimi debbono essere dotati di un marchio di identificazione (e qualora le particolari condizioni rilevabili dalla normativa non possano aver dato luogo all’impressione del marchio, sono previste apposite procedure da seguire perché l’identificazione possa essere sempre attuata)“.

Ad ogni modo, ha voluto precisare il TAR,  per Green Hill “non risulta comprovato che vi sia mai stato il passaggio di animali provenienti da altri stabilimenti, essendosi la ricorrente occupata solo di intermediazione“. Un uso, però, che potrebbe essere non conforme alle autorizzazioni comunali in vigore solo per “allevamento“.

Dunque attenzione. Green Hill può continuare a fare quello che ha sempre fatto. L’allevamento di animali per uso in esperimenti.

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