GEAPRESS – Nei giorni scorsi è stata data ampia diffusione ad un comunicato che annunciava l’intenzione di mantenere il divieto, esistente in Italia, di sperimentare su cani e gatti randagi. La notizia, rilanciata dalla Federazione delle Associazioni presieduta dall’On.le Brambilla, faceva seguito ad un incontro avuto dalla LAV con la dott.ssa Gaetana Ferri, Direttore Generale della Sanità Animale e del Farmaco Veterinario del Ministero della Salute. Questa avrebbe assicurato che entro il primo gennaio 2013, sarebbe avvenuta la necessaria comunicazione alle autorità europee sul divieto già esistente di sperimentare, in Italia, su gatti e cani randagi. Secondo quanto riportato in merito all’esito di tale incontro, il divieto di sperimentare su cani e gatti randagi, sarebbe sancito sia dalle legge sul randagismo ma anche da quella di settore (dlgs 116/92). Nulla è stato però riferito sugli animali in via di estinzione e men che meno sui farmaci sperimentati all’estero.

Tanta preoccupazione ha suscitato l’idea di potere tornare a sperimentare su cani e gatti randagi che, a distanza di giorni, un comunicato dell’ENPA è tornato a rassicurare. Richiamando lo stesso Ministero della Salute, l’ENPA ha sottolineato come la legge nazionale sul randagismo esclude tale tipo di sperimentazione. Secondo l’ENPA, ciascun paese può normare tenendo conto delle conquiste civili e delle normative a tutela degli animali, come ci sono in Italia. Il nostro paese, pertanto, avrebbe tempo due anni, dalla data di approvazione della Direttiva, per provvedersi di misure più restrittive.

Dunque cani e gatti randagi sicuramente salvi. Forse. La cosa, infatti, non è automatica per quelli che potrebbero arrivare da altri paesi europei. Per gli animali in via d’estinzione, si rischia poi un clamoroso passo indietro. Nulla, poi, potrebbe essere opposto per i farmaci i cui protocolli siano stati eseguiti in un altro paese UE.

La Direttiva Europea 2010/63, ovvero quella di settore (cosiddetta “vivisezione”) prevede al comma 1 dell’articolo 2, come gli Stati membri possano mantenere le disposizioni più restrittive già esistenti alla data del nove novembre 2010. Va rilevato come questo paletto, sicuramente favorevole per le misure a quella data già esistenti, risulta invece negativo per le altre, ovvero quelle nuove che si vorrebbero apporre.

Tanto per intenderci, talune disposizioni contenute nel famoso articolo 14 inserito nel disegno di legge sulla comunitaria 2011. Per dirla con le parole del Ministro degli Affari Europei Enzo Moavero pronunciate in XIV Commissione del Senato, “qualora venissero introdotte disposizioni più restrittive [ndr: intese come nuove disposizioni] , si potrebbe concretare la possibilità di incappare in un procedimento sanzionatorio” (vedi articolo GeaPress).

Articolo 14 a parte, rimane fermo il divieto già esistente di utilizzare, per fini di sperimentazione, cani e gatti randagi così come disciplinato dalla legge italiana sul randagismo. Solo che il successivo comma 2 dell’articolo 2 della stessa Direttiva, richiede agli Stati membri di informare la Commissione europea circa le vecchie disposizioni nazionali più stringenti entro e non oltre il primo gennaio 2013. Se ciò non avviene, le porte dei laboratori si potrebbero riaprire per cani e gatti randagi. Dal Ministero, però, hanno assicurato che invieranno entro il primo gennaio.

Il problema, però, potrebbe rimanere drammaticamente aperto per quanto invece disposto dal comma 3 dello stesso articolo 2 della Direttiva. Questo, infatti, dispone come, anche qualora uno Stato membro agisce conformemente alle restrizioni già esistenti, non può vietare o ostacolare “la fornitura o l’uso di animali allevati o tenuti in un altro Stato membro in conformità della presente direttiva, né vieta o ostacola l’immissione sul mercato di prodotti derivanti dall’uso di tali animali in conformità della presente direttiva“.

In pratica il tutto parrebbe potersi interpretare in tal maniera: si mantiene in Italia il divieto di uso di cani e gatti randagi italiani, ma per il resto, non potremo opporci alla “fornitura” di quelli stranieri. Le legge 281/91 riferisce infatti di cani (ovviamente italiani) catturati o comunque di cani provenienti da canili comunali e rifugi (… italiani). Questi, dice sempre la 281, non possono essere sperimentati. A dire il vero il decreto legislativo 116 del 27 gennaio 1992, ovvero la disposizione nazionale in tema di protezione degli animali da sperimentare, prevede il divieto di utilizzare cani, ma anche molti altri animali, che non siano di allevamento e negli stabilimenti autorizzati. In altri termini, la legge sul randagismo e quella nazionale di settore, non sono poi così congiunte. La prima è relativa al divieto di sperimentare su animali di cattura o dei rifugi, ovviamente nazionali. La seconda, invece, pone al centro dell’attenzione la possibilità di utilizzare solo cani, gatti ed altri animali se di allevamento, a prescindere (c’è da augurarsi) dal luogo di provenienza. Speriamo, pertanto, che il Ministero compili correttamente la nota da inviare alle autorità europee, ricordando entrambe le disposizioni già esistenti.

Piccolo particolare. Sempre il dlgs 116 prevede il divieto di sperimentare su animali in via di estinzione. La Direttiva europea, no. Speriamo non ci si scordi di comunicarlo, prima di ritrovarci uno scimpanzé da esperimento. Comunque vada sembra proprio che il nostro paese nulla potrà fare per opporsi ad un farmaco UE, ovviamente non sperimento in Italia, i cui protocolli siano stato eseguiti su …. “cane di strada“. Si violerebbe di sicuro il comma 3 dell’articolo 2 della Direttiva europea sulla protezione (sic!) degli animali utilizzati per fini scientifici. “Un buon punto di partenza“, come ebbe a dichiarare, due anni addietro, la lobby animalista al parlamento europeo.

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