GEAPRESS – Nel corso del TG1 delle venti di ieri sera, un servizio di Giovanni Masotti ha mostrato come la città di Mosca stia affrontando il problema dei cani randagi. Vigilanti privati, assoldati dal Comune, pagati per uccidere i cani senza padrone.

Secondo quanto riferito nel servizio del TG1, i cani randagi in strada sarebbero circa 35.000, mentre i canili pubblici ne possono ospitare al massimo dodicimila. Motivo per cui, si ammazzano in strada, sotto gli occhi di tutti. Bambini compresi.
Perché avviene tutto questo? A Mosca fino a poco tempo addietro, non era consentito uccidere i cani. Agli inizi dell’attuale decennio, però, un campagna di stampa martellante enfatizzò le aggressioni da parte dei cani riportando la presenza di ben 100.000 randagi. Per gli animalisti moscoviti, però, si trattava al massimo di 25.000 cani. Gli stessi volontari individuarono bene quali fossero i problemi del randagismo. La mancanza di controlli oltre che di un riferimento di legge valido.

Il primo aspetto viene ricollegato al boom degli allevamenti fatti in casa e la passione dei russi per i pets. Decine di migliaia di fattrici detenute nelle case della megalopoli russa che sfornano ogni anno un numero esorbitante di cuccioli da vendere spesso nei mercati di Mosca. Non solo cuccioli di cane, ma anche di gatto e poi anche conigli, tartarughe, pappagalli, criceti ed altri pets che, come successo ai cani di Mosca, finiscono spesso in strada. Nessuno controlla. Questo sia per gli allevamenti fai da te che per la popolazione dei cani randagi.

L’altro aspetto è quello legislativo. Boris Eltsin, riporta una parte degli animalisti russi, voleva riformare il vecchio articolo 245 del Codice Penale sulle crudeltà verso gli animali. Putin, però, bloccò tutto. Chissà come è andata, ma la proposta di legge contro le crudeltà è datata 1999 e Eltsin si dimise il 31 dicembre 1999. Dopo venne Putin, ed è ancora lui il capo.

Ma cosa prescrive l’art. 245 del Codice Penale dell’ex URSS? Per crudeltà ai danni di animali, viene intesa la morte o le lesioni inflitte. Nulla però viene detto sul concetto di “lesione”. La “crudeltà” ispirerebbe invece una di quelle infinite discussioni sulla legge italiana contro i maltrattamenti, che ha sparpagliato fattispecie di reato, prima tutte considerate nel pur debole vecchio articolo 727 del Codice Penale, tra diversi tipi di dolo e la colpa. Ma in Russia non c’è bisogno di complicarsi la vita. E’ tutto molto più semplice. La crudeltà esiste se compiuta a seguito di atto vandalico, con metodi sadici o in presenza di minori. Nulla di più.

La presenza di minori darà forse la possibilità di concretizzare la denuncia annunciata dagli animalisti russi. Poi c’è il metodo usato. I dardi sparati ai cani contengono in genere preparati a base di curaro. Più che di anestetico, sarebbe il caso di parlare di un componente in campo anestesiologico, visto che il curaro ha una azione miorilassante. Bene ha fatto il TG1 a parlare di “veleno“, perché di quello si tratta. Entrato nel circolo sanguigno, blocca la muscolatura del collo e del capo, poi degli arti ed infine arriva al diaframma, provocando l’asfissia. Nel frattempo il cane … vive. Fino a 40 minuti di agonia, denunciano gli animalisti russi. Anche se il dardo contiene l’analgesico (quello vero) dovrebbe essere opportunamente dosato. Ed invece la specializzazione degli uccisori di cani e quella di vigilantes privati che a loro discrezione, riferisce il servizio del TG1, decidono chi colpire.

L’articolo del Codice Penale ex URSS prevede pertanto il concretizzarsi del reato solo per condotte tipicamente dolose (occorre la volontà di incrudelire) e solo per una cerchia molto ristretta di casi. Non si applica, ad esempio, nei casi di autodifesa, come giustificherebbero le tonnellate di carta stampa che in questi anni hanno farneticato sulle fameliche torme di cani rabbiosi altamente pericolosi come neanche i radionuclidi di Chernobyl sono riusciti ad esserlo in mezza Europa. Anche le stragi ucraine (a proposito di Chernobyl) hanno analoga matrice di quelle russe.

Ad ogni modo, chi si rende responsabile del reato, rischia una multa massima di 80.000 rubli (grossomodo 2000 euro), esprimibili anche in termini di salario minimo, lavori forzati (max 180 ore), lavoro correzionale (sei mesi) o reclusione (un anno). L’aggravante è riferito al solo fatto della coopartecipazione al medesimo reato di più persone.

In effetti, guardando le cronache dei giornali russi, non si trovano episodi di condanne particolarmente significative. Nel luglio 2009, l’Agenzia Interfax ha dato notizia dell’arresto, proprio a Mosca, di un killer di cani. Aveva però ucciso anche animali padronali. Poi, nel febbraio scorso, l’uccisione di un cane nella Repubblica di Yakutia, nella Siberia centrale. Il cane, però, era un campione Husky.

Nell’ottobre 2007 fece molto scalpore la scoperta di un gruppo di ragazzine che si erano specializzate nel fare lottare i cani. Ma di legge (vera) contro i maltrattamenti di animali, neanche a parlarne. In Russia si rimane ai tempi dell’URSS e le 40 manifestazioni svolte nel 2008 in altrettante città russe, per chiedere pene severe per chi commette abusi contro gli animali, sono rimaste lettera morta. A Mosca, intanto, ritornano i boiacani e nel frattempo è stata varata la nuova legge sulla caccia.

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