GEAPRESS – Nessun impedimento economico avrebbe comportato l’azione intrapresa dal Comune di Montirone (ora bocciato dalla Sentenza della Sezione distaccata di Brescia del TAR Lombardia) contro l’allevamento di visoni. Questo grazie alla misura cautelare disposta nei mesi scorsi dallo stesso TAR che avrebbe consentito alla ditta gestrice di portare a termine il ciclo vitale dei visoni allora presenti. L’attività, cioè, è proseguita in altri allevamenti.

Sempre secondo il TAR Lombardia, Sezione II, quello di Montirone dovrebbe essere un “allevamento di animali con ciclo di vita che renderebbe opportuno l’eventuale spostamento o abbattimento nel mese di novembre“, ovvero il periodo garantito dalla misura cautelare.

Cresciuti quanto basta fino all’abbattimento, salvo i riproduttori. Così potrebbero essere intesi gli effetti dell’intervento del TAR che a questo punto avrebbe del tutto inficiato non solo quanto chiesto nel merito dal Comune (ovvero la chiusura dell’allevamento) ma anche una interruzione temporanea in attesa della Sentenza. L’allevamento, come è noto, è ora tornato ad operare.

L’esame del TAR è stato centrato su una disciplina, quella igienico-sanitaria, evidenziata nella sua particolare “gravosità“, ovvero complessità.

Perchè ha perso il Comune e con esso (per ora) le speranze degli animalisti? Tutto sembra basarsi sul fatto che “l’attività di allevamento di visoni, …,  è effettuata negli stessi locali già precedentemente adibiti all’allevamento avicolo ed è stata intrapresa senza nuovi interventi edilizi, se non quelli relativi alla realizzazione di una vasca per lo stoccaggio dei liquami“.

L’aspetto più rilevante è però relativo al fatto che il Comune, dopo ben cinque certificazioni di inizio attività relative a diversi aspetti dell’allevamento, si sarebbe mosso per rappresentarne la nullità solo dopo l’ultima comunicazione. In sostanza la ditta ha presentato la S.C.I.A. (Segnalazione Certificata Inizio Attività) a partire del dicembre 2010 fino al novembre 2011.  Il Comune, invece, è intervenuto solo dopo l’ultimo atto. Secondo il TAR sarebbe così stato violato l’articolo 10 della legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi ).  Al Comune spettava, infatti, verificare d’ufficio la sussistenza dei presupposti e dei requisiti di legge della S.C.I.A. e disporre nel caso l’interruzione dell’attività, non oltre 60 giorni dalla presentazione.

Trascorso questo termine  è possibile intervenire solo in particolari situazioni tra le quali il “pericolo di danno per la salute”. Da qui una lunga disamina sulle distanza minime dalla prima abitazione. Il Comune aveva sostenuto il rispetto di una fascia di 100 metri  dalle abitazioni isolate così come previsto dal Regolamento di igiene,  mentre l’art. 38 delle Norme Tecniche di Attuazione  del Piano delle Regole stabilisce che la distanza da rispettare tra allevamenti ed edifici residenziali sparsi sia di 50 metri. E’ così iniziata una contestazione tra le due parti degna del Teatro dell’assurdo. 47,5 metri contro 51 metri. Il tutto a cavallo del limite dei 50 metri.

Insomma, si potrebbe pure continuare con altre osservazioni sollevate sull’interpretazione da dare all’Ordinanza comunale, ma al di là di questo appare chiaro il fatto che pochi metri di differenza risultavano difficili da reggere in un confronto dove venivano paventati danni economici.

La battaglia continua, dunque. Questo anche in attesa di una legge vera che tuteli gli animali. Domani, sono previsti flash mob contro l’uso di pellicce sia a Brescia che a Milano.

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