Non vi è in Italia alcuna disposizione legislativa che in qualche maniera richiami specificatamente le condizioni di detenzione degli animali utilizzati dall’industria pellicciaia. E’ altresì possibile importare pelli di animali selvatici pur se considerati dalla Convenzione di Washington sul commercio di specie in via di estinzione. Gli unici provvedimenti di un certo rilievo, validi a livello europeo, sono il divieto di commerciare pellicce di cane e gatto (scandalo scoppiato dopo un video denuncia girato in Cina) e quello delle pellicce di foca (battaglia decennale iniziata da Brigitte Bardot). L’industria delle pellicce italiana, in alcuni casi coincidente con quella delle pelletterie, nell’avvio dei processi di globalizzazione, si è subito favorita importando pellicce di animali insoliti. Ovviamente se ne è guardata bene dal mettere in evidenza la particolare specie di animale scuoiato.  E’ pur vero però, che questi provvedimenti legislativi non incidono in maniera significativa  sull’economia dell’industria pellicciaia italiana. Più probabilmente su quella del paese esportatore. Nel caso della Cina, però, è talmente esponenziale lo sviluppo degli allevamenti di animali da pelliccia da far pensare che il danno sia stato velocemente digerito. Nessuna regola per la detenzione degli animali. Ma questo, del resto, vale anche per l’Italia. Gli animali, a seconda della specie, vengono uccisi o per rottura delle vertebre cervicali, oppure per scossa elettrica o inalazione di gas velenosi.

L’Italia ha ormai di gran lunga modificato le politiche sia di allevamento (si importano direttamente pelli spesso allo stato grezzo) che di vendita. Le pellicce, sia che cinesi di gatto e cane o nostrane di visone, non rappresentano più un esclusivo prodotto di lusso. Il mercato si è esteso anche a ceti non facoltosi. In sempre più casi, inoltre, si è camuffato in una incredibile quantità di parti di abbigliamento  come ad esempio colli, maniche, finanche cappelli, imbottiture di scarpe e bordi dei costumi da bagno.

Vi è da dire che le possibilità di frodi in commercio offerte dalle triangolazioni commerciali con paesi terzi, sono praticamente infinite. La pelliccia era e rimane fondamentalmente un problema culturale. Futile ma comunque culturale.

In ultimo una considerazione anche qui, in un certo senso, globale. Gli animali allevati per l’industria pellicciaia, sono tra i principali soggetti di azioni animaliste concluse con la rottura della gabbie e la fuga dei prigionieri. Diciamo subito che trattasi di azioni illegali e pertanto da condannare, ma vi è un punto sul quale riflettere.

Tali liberazioni, anche di animali da laboratorio, sono state oggetto di niente affatto scandalose produzioni cinematografiche dedicate ad ampio pubblico, ivi compreso quello giovanissimo.  E’ innegabile pertanto che tali azioni siano, in almeno  questo caso, desiderate. Provando a vedere le orrende condizioni di detenzione finalizzate peraltro alla brevissima vita imposta all’animale, forse un momento di nervosismo può anche essere capito.

Non si può, ovviamente, giustificare. Vedendo però il documentario girato in Cina che mostrava lo scuoiamento in strada di un pastore tedesco, molti si sono indignati promettendosi di lanciare fulmini e saette se si fossero trovati in loco. Perchè non trasecolare allora quando si vede un visione italiano ucciso con la rottura  a mano delle vertebre cervicali? Forse la Cina è lontana ed una azione di liberazione animale (inverosimile per le condizioni di quel paese) sarebbe finanche  da noi giustificata. In Italia però il risultato è sempre la creazione di martiri, ossia la ditta rovinata, se non coperta da assicurazione. Tutto si riduce nell’azione individuale generando la facile equazione degli animalisti terroristi. Definizione utile a tutti gli sfruttatori di animali.