GEAPRESS – Non facciamoci meraviglia delle scarse attenzioni di altri paesi per i diritti degli animali. Una della maggiori aziende di produzione di gabbie e reti per acquacoltura, ad esempio, è italiana ma con filiali in Norvegia, Canada, Cile, Perù, ossia quasi l’elenco completo dei maggiori paesi specializzati nell’allevamento dei salmoni. Nel catalogo della ditta italiana le reti anti predatore. Peccato che in questi reti, oltre agli animali allevati in cattività, ci rimangano anche i leoni marini. Attratti dai salmoni allevati, gli animali muoiono a centinaia negli anelli di congiunzione delle reti o direttamente nelle maglie delle stesse. Dagli anelli, a volte, i leoni marini riescono a liberarsi, trascinandoseli attorno ad orrende ferite che sempre più si approfondiscono nel collo.

Se in alcuni paesi il problema viene affrontato attraverso campagne di sensibilizzazione, in altri, dall’economia più fragile, nessuno pensa alle reti anti predatore.

In aggiunta, seri problemi di inquinamento ambientale e genetico.

Le reti per l’allevamento dei salmoni, infatti, sono spesso piazzate in prossimità di fiordi o comunque di zone con acqua calma. In queste condizioni più difficilmente avverrà la dispersione dell’ingente quantitativo di materia organica prodotta dalle decine di migliaia di salmoni ammassati in spazi ristretti. Come se ciò non bastasse l’insorgenza di malattie più facilmente trasmissibili a causa del sovraffollamento, viene prevenuta con la costante somministrazione di antibiotici. I salmoni, inoltre, sono geneticamente molto simili. Una parte cospicua di essi riesce a fuggire in mare rischiando di ibridarsi con le popolazioni selvatiche. E pensare che pur di continuare a mangiare salmone si è finanche arrivati a creare il salmone biotecnologico (vedi articolo GeaPress).

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