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GEAPRESS – L’Unione Europea deve chiudere la pesca del pesce spada o rischia di perdere questo stock. Il tempo delle alternative è ormai scaduto, afferma l’ONG Oceana, dal momento che la malagestione sta mostrando le prime ripercussioni economiche

Dunque l’Unione Europea si trova ad affrontare un ultimatum su una risorsa chiave per la sua pesca in Mediterraneao. Oceana avverte i Paesi dell’UE che a meno che non sia messo in atto un piano di recupero immediato per questo stock, l’unica alternativa per arrestarne il declino è fermare la pesca stessa. La popolazione del pesce spada si è ridotta di oltre un terzo in trent’anni e il parere scientifico pubblicato questa settimana rivela che se non vengono intraprese azioni correttive risolutive per fermare lo sfruttamento eccessivo del pesce spada, la probabilità che questa risorsa possa recuperare è pari allo 0% (zero percento). Dati recenti mostrano come la flotta e il mercato inizino a soffrire l’impatto economico di questa perdita.

L’ultimatum arriva a seguito del nuovo parere scientifico degli scienziati internazionali della Commissione Internazionale per i Tunnidi (ICCAT), che ha confermato lo stato critico del pesce spada in Mediterraneo. Gli scienziati hanno inoltre fatto eco all’appello già lanciato da Oceana sulla necessità di elaborare e attivare nel più breve tempo possibile un piano di recupero per riportare questa risorsa a livelli sostenibili. Allo stato attuale il piano di recupero è l’unica alternativa a fissare i livelli di cattura pari a zero, o in altre parole, a chiudere la pesca.

Il forte calo del pesce spada nel Mediterraneo – afferma Lasse Gustvasson, Direttore Esecutivo di Oceana in Europa – non potrà che peggiorare senza un piano di recupero che ne limiti le catture con un sistema di quote. Purtroppo la situazione è chiara: o l’UE si impegna per un piano di recupero robusto o perderà questa risorsa”.

Come risultato diretto della crisi del pesce spada, Malta nel 2016 ha registrato un calo del 25% delle sue catture rispetto all’anno passato con una conseguente perdita economica del 30% per questa pesca. L’Italia, l’attore principale di questa pesca, conta con 45% delle catture totali di questa specie però importa circa 7 volte le sue catture da altri Paesi, tra cui Marocco e Algeria. Ciò per soddisfare la domanda interna ma come danno collaterale questo porta a un calo del prezzo sul mercato con una conseguente ricaduta sulle economie locali.

Il pesce spada è stato oggetto di malagestione per decenni, nonostante gli scienziati abbiamo suonato la campanella d’allarme per anni sul suo sovrasfuttamento. Limitati tentativi di gestire questo stock e il fallimento da parte dei Paesi del Mediterraneo di affrontare la realtà sullo stato di questa risorsa, sono le cause che hanno portato alla condizione attuale e alle difficoltà che iniziano a prospettarsi anche per le realtà locali. Tutti gli occhi sono ora puntati sull’UE per ribaltare questa situazione e mostrare il suo impegno internazionale per una pesca sostenibile. Con il 75% delle catture di pesce spada, l’UE deve intervenire e proporre alla prossima riunione della Commissione ICCAT a novembre, un piano di recupero solido, basato sul parere scientifico e che definisca quote di catture per mettere fine alla sovrapesca.

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