GEAPRESS – Un proseguo dell’operazione Mekong, portata a termine nelle scorse settimane dalle Capitanerie di Porto italiane e che ha avuto ad oggetto anche l’importazione di pesci dai nomi fantasioni poi spacciati per altri dal valore di mercato più elevato (vedi articolo GeaPress ).

A Ravenna, però, alcuni controlli in ambito provinciale hanno consentito di estendere il campo di indagine fino a Bologna. Da qui, si legge nel comunicato della Capitaneria di Porto di Ravenna, si è scoperto un collegamento con la regione Veneto. Un grosso centro di stoccaggio, forse non l’unico, che distribuiva a livello nazionale. Pesci dai nomi surreali.

La Capitaneria di Porto si è infatti trovata innanzi alla “papalina asiatica”. Non un candidato alla prossima elezione del Pontefice, ma un pesce ancora da identificare e pronto per essere preparato nelle cucine italiane. C’era poi l’incredibile “carpa panciuta”, il cui nominativo era già apparso nel corso dell’operazione Mekong, mentre ancora ignoto è il “siluro asiatico minuto”. Seguiva il “gobbetto d’acqua dolce”, la “sardina asiatica” ed il “pesce pagliaccio grigio” forse invidioso degli sgargianti colori del vero pesce pagliaccio. Quasi ridondante, poi, il “pesce gatto di fiume”, visto che il pesce gatto non ha bisogno di alcuna diversa specificazione da un inesistente ipotetico “marino”. Il corto circuito terminologico continuava con il “galletto asiatico” mentre una vera e propria apoteosi dell’assurdo era raggiunta con il “pesce al neon dello scuro”.

Tutto, ovviamente, non conforme alle leggi sulla etichettatura.

Ad intervenire gli uomini del Nucleo Operativo Difesa Mare della Capitaneria di Porto di Ravenna, coordinati dal Centro di Controllo Area Pesca della Direzione Marittima di Ravenna. Sulla base dei primi controlli eseguiti, la Capitaneria ha proceduto al sequestro cautelare di tre tonnellate di pescato. Sequestro avvenuto nel romagnolo al quale ha fatto seguito quello di ben trenta tonnellate.

Tutti pesci riportanti nominativi non classificati dalla normativa comunitaria e nazionale. Secondo la Capitaneria di Porto erano pronti per essere commercializzati con diversa nomenclatura nei settori della ristorazione e di vendita al dettaglio. E’ ritenuto inoltre probabile che l’etichettatura con nomi fittizi, possa essere avvenuta in paesi terzi.

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