GEAPRESS – E’ molto simile al Tonno rosso nostrano, ma è diffuso nei mari australi tanto da chiamarsi Tonno del sud. Egualmente patisce palangari, pesca a circuizione, sushi ed analogie giapponesi velocemente assimilate dalla cucina occidentale. La conseguenza più diretta è il crollo del tasso di riproduttività di questo animale, risultante del 95% inferiore rispetto ai livelli storici. Depongono meno, perchè sono molti di meno. Fin qui tutto normale, ovvero, pur non conoscendo il livello storico, sentir dire di una diminuzione del 95% (uova deposte) da già l’idea del dramma.

Le cose si complicano, però, quando si analizzano le speranze di ripresa. Anzi, occorrerebbe un piccolo manuale di calcolo statistico associato alla composizione di un problemino da scuola elementare.
Problema: a quanto equivale numericamente lo stock di Tonno del sud nel 2035 se, a partire da quella data, si è verificata la probabilità, pari al 70%, di un aumento dal 5 al 20% calcolato sui livelli storici?
Risposta: siccome non è stata fornita la stima dei livelli storici, inutile stare ad arrovellarsi su una previsione statistica che sa un pò di azzardo.

Eppure l’arzigogolato “risultato” è saltato fuori nel corso del meeting tenutosi a Bali la scorsa settimana con l’ambizione di decidere il futuro del Tonno del sud. Futuro che però, a ben guardare i dati forniti nel corso dello stesso meeting, dipende apparentemente in minor misura dal Giappone rispetto ad altri paesi pescatori, quali, ad esempio, Australia e Nuova Zelanda. Il primo di questi due paesi in particolare, ha una quota teorica di prelievo del tutto identica a quella del Giappone. I prelievi reali, ovvero dopo le riduzioni imposte di anno in anno, sono però quasi il doppio della quota reale dello stesso Giappone. Sorprende il fatto che l’Australia sia uno dei paesi che più ha criticato, ad esempio, la caccia alle balene praticata dai giapponesi. La lieve (per modo di dire) contraddizione, non finisce però qui. Una buona parte dei tonni pescati dagli australiani vengono venduti proprio al Giappone. Commercio, questo, che si è incrementato proprio a seguito della riduzione delle quote di pesca nipponiche.

Il Giappone, privato della sua quota “tonno” nominale, l’ottiene di fatto acquistando da quella reale di altri paesi, tra cui l’Australia. E’ pur vero che se entrambi i paesi pescassero secondo la quota nominale, sarebbe molto peggio. Il totale del pescato, cioè, sarebbe maggiore. L’impressione, però, che dietro l’angolo vi sia un sistema per aggirare l’ostacolo sembra, comunque, potersi ugualmente prospettare. Un sistema, quello dell’acquisto delle quote, comune per altri paesi e per altri prodotti se non addirittura per i rifiuti. CO2, protocollo di Kyoto e compravendita delle quote di emissione, docet.

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