GEAPRESS – Lungo le vie della comunicazione, ormai intasate dal monotematico bunga bunga della politica, si è persa la notizia che dal 31 gennaio prossimo e fino al 4 febbraio, presso la sede della FAO di Roma in viale della Terme di Caracalla, si terrà la ventinovesima sessione del COFI. Trattasi di un organismo della FAO che si occupa dei problemi della pesca, ivi compresa l’acquacoltura, nonché luogo di scelta di strumenti ed accordi sebbene non vincolanti (della serie parlate quanto volete).

Tra i punti all’ordine del giorno: i progressi compiuti contro la pesca illegale, i cambiamenti climatici ed i loro riflessi su pesca ed acquacoltura, la gestione della piccola pesca, il ruolo della FAO per una migliore integrazione della pesca e del’acquacoltura nella conservazione della biodiversità e la tutela dell’ambiente. Quest’ultimo abusatissimo proposito è finanche utilizzato dagli zoo per riempire le loro gabbie di animali in via di estinzione, che solo in rarissimi casi hanno (forse) un minimale riflesso sulle popolazioni selvatiche. Sul primo punto, invece, ovvero i progressi contro la pesca illegale, dobbiamo solo sperare che le dichiarazioni del nostro Ministro Galan vengano lette solo nella parte degli sforzi operati dalle Capitanerie ed altri organi di polizia contro i bracconieri del mare. Speriamo cioè che il suo giudizio sul fatto che tale fenomeno non sia allarmante, non venga attenzionato.

A dire il vero, però, anche la funzionalità del COFI e più in generale di tutti gli organismi internazionali viene messa costantemente in dubbio. In coincidenza della prossima apertura dei lavori romani, l’Ufficio Traffic ed una organizzazione non governativa che lavora sulle corrette scelte del mondo politico (The Pew Charitable Trust) hanno pubblicato un dossier che esamina il mastodontico problema della cattura di squali. Questi sono prevalentemente pescati per la zuppa di pinne, molto diffusa in alcuni paesi asiatici, sebbene le industrie della pesca non siano solo di quei paesi. Anzi.

Il motivo per il quale le scelte di questi organismi possono apparire del tutto teoriche (del resto sono non vincolanti per i Governi) risiede nel fatto che proprio in tema di protezione degli squali il recente report dimostra il fallimento di un altro piano varato, in ambito FAO, dieci anni addietro. Da allora, il 30% delle specie sono minacciate o in pericolo di estinzione e sebbene il totale del pescato sia diminuito, i propositi iniziali sono in buona parte sconfessati. Inoltre, contrariamente a quello che potrebbe sembrare, ben quattro paesi europei (Spagna, Francia, Portogallo e Regno Unito) appaiono tra i primi venti per la pesca dello squalo. La Spagna, addirittura, è terza a livello mondiale dopo Indonesia ed India. Assieme a Taiwan il loro “contributo” sulla pesca dello squalo e circa il 35% del totale.

Sempre tra i primi venti appaiono altri paesi che, forse perché afferenti ad una tradizione culturale anglo sassone o latina simile alla nostra, non ci saremmo aspettati. Messico, Argentina, USA e Nuova Zelanda. I primi tre sono addirittura, assieme alla Nigeria, gli unici paesi che denunciano un incremento del pescato. Tutti e venti pescano circa l’80% del totale mondiale, pari a circa 640.000 tonnellate. Più o meno (tra grandi e grossi) 73 milioni di squali. Quando ci chiediamo come si possa mangiare (sebbene sotto forma di pinna bollita) la carne di squalo, non meravigliamoci troppo. In Italia lo squalo non compare solo nei menu dei ristoranti esotici. Nei nostri mercati ce ne sono parecchi, pur presentati nelle mille varianti dialettali. Alcuni di loro? Il gattuccio, lo spinarolo, la verdesca, il gattopardo, il palombo e la vitella di mare, ovvero (nome fuorviante a parte) squalo smeriglio. (GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).