In Italia nessuno si meraviglia sentendo parlare de “il mondo della caccia”. Finanche pubblicazioni editoriali a fascicoli ci hanno inondato, da quasi mezzo secolo, di una opinabile cultura divenuta di massa ormai da tempo. Da hobby per aristocratici a caccia di popolo. Tale poco invidiabile trasformazione democratica non è mai avvenuta per la pesca, nonostante il suo impatto sull’ambiente fornisca devastanti risultati in tempi probabilmente molto più brevi della caccia stessa. Questo probabilmente perché la pesca è un lavoro (e non di indotto come nel caso nella caccia e le industrie armiere), ma è anche cultura di massa, nonostante ancor pochissimo conosciamo del mare. E’ infinitamente più nota la superficie lunare che non i fondali marini. Praticamente sconosciuto tutto ciò che avviene al di sotto di una sottile fascia superficiale illuminata dal sole. Eppure i programmi televisivi dedicati al mare, sembrano inzuppate di brodetti di pesce, piuttosto che di carpaccio di pesce spada o di sushi di tonno. La cultura del mare è infatti una “utile” cultura sostanzialmente culinaria. Se ormai da tempo le iniziative editoriali dei cacciatori hanno un pò messo da parte pubblicazioni tipo “Io, il vino e il beccaccino”, quelle della pesca sono un’ esplosione di decantate salamoie, fritture e via cucinando. L’approccio  principale con il mondo del mare, rimane fondamentalmente il fondo della pentola e le tasche dei grandi armatori.

Grazie ai permessi governativi in genere rilasciati tramite accordi tra stati, le marinerie di mezzo mondo possono razziare fin sotto costa. Figuriamoci cosa succede in alto mare. I famosi pirati somali, altro non sono che poveracci del luogo le cui barchette da pesca venivano speronate dai motopescherecci d’altura di mezzo mondo con l’avallo di ridicoli permessi di pesca rilasciati da un non stato, come la Somalia. In un certo senso, i pirati somali sono una nostra creatura. La pesca del tonno per i nostri panini da pausa pranzo, sta portando all’estinzione di più specie del grande pesce pelagico. Catturati a milioni, grazie anche ad armatori italiani, il tonno finisce crudo, o appena bollito, nella bocca di inebriati appassionati di mezzo mondo grazie anche ad una cena a base di sushi offerta dalla delegazione giapponese, come mostrato dalla trasmissione Report, la sera prima della votazione per proteggere il tonno (ovviamente non passata) all’ultima conferenza Cites tenutasi a Dubai. Teoricamente la conferenza Cites dovrebbe occuparsi di tutelare le specie in via di estinzione …..

Sul mondo della pesca la realtà è che i protezionisti sono arrivati tardi. Quello che sta prevalendo in campo protezionista sono le teorie di chi non animalista, vuole porre un limite sostenendo la cosiddetta pesca sostenibile. Approccio già fallito in materia di caccia divenuto involontario grimaldello per dividere il fronte anti caccia. Mancano del tutto gli animalisti. A tal proposito l’unico rilevante esempio con il mondo del mare, almeno per quanto riguarda l’Italia, riguarda ancora la caccia. Dopo decenni di denunce, petizioni e lobby parlamentari, si è finalmente arrivati al divieto europeo di importare i prodotti della lavorazione di carne dell’empatica foca. Il problema economico è del Canada, mentre sarebbe stato italiano nel caso dei nostrani armatori che hanno ripulito il mare di milioni di inespressivi tonni per  gli importatori giapponesi. Il mare è indietro anni luce  e probabilmente non lo conosceremo mai, perché nel frattempo, così continuando, l’avremo distrutto primo di apprezzarlo fuori dalla padella.