GEAPRESS – Nuovo metodo, definito “umano” per procurare la morte ai delfini di Taiji, la baia giapponese dove ogni anno avviene la mattanza per l’industria della carne ed il prelievo di animali vivi per i delfinari.

Il metodo, presentato da una delle cooperative di pesca di Taiji, consiste nel recidere il midollo spinale infilando una  canna di metallo nello sfiatatoio del delfino (nella foto). Stante le risultanze degli “esperimenti” eseguiti in loco, i delfini sarebbero morti più velocemente. Parrebbe che a fronte dei 300 secondi delle pratiche tradizioni, per uccidere un cetaceo ne occorrano ora solo cinque.

 Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Applied Animal Welfare Science, il nuovo metodo “non sarebbe tollerato in qualsiasi processo di macellazione del mondo sviluppato”. A riferirlo è Andrew Butterworth della Università Veterinaria di Bristol, in Gran Bretagna. Al centro della questione vi sono i presunti veloci tempi di morte desunti analizzando i filmati girati nella baia. A riuscire a documentare la tremenda agonia dei delfini è stato il gruppo ambientalista tedesco AtlanticBlue. Secondo tale studio, una Stenella striata avrebbe impiegato 254 secondi per morire.

In realtà, una volta spezzato il midollo spinale, il delfino rimane paralizzato ma cosciente. Questo perchè si tratta di animali che in mare sono in grado di trattenere lungamente il respiro.

 Il metodo utilizzato causa danni ai vasi sanguigni vertebrali determinando una significativa emorragia che non porta però a morte rapida. Quella che si ricava subito è la paraplegia (paralisi del corpo) ma la morte sopraggiunge in maniera graduale e non immediata, specie in animali di quelle dimensioni e che peraltro sono abituati a trattenere il respiro per lunghi periodi.

 Una difformità rispetto al requisito riconosciuto di “insensibilità immediata” che potrebbe essere tollerato (riferisce il Veterinario) in un processo di macellazione del mondo definito “sviluppato”.

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