Nel 2004 è entrata in vigore la Legge 189 relativa ai maltrattamenti di animali. Seguita da numerose polemiche, a volte ingiuste, ma anche da difese piccate e farraginose. Di sicuro questa legge è l’espressione della effettiva affermazione dei diritti degli animali in Italia. Per questo va fatta una  seppur breve analisi critica.
La prima riflessione si impone sul fatto che il reato è prefigurato se viene ravvisata una offesa all’umano sentimento. Solo una successiva sentenza del Consiglio di Stato riaffermò il maltrattamento come lesione in quanto tale. Poteva andare diversamente ma, per fortuna, il maltrattamento potrebbe ora considerarsi un reato plurioffensivo.

Circhi, vivisezione ed altre attività basate sullo sfruttamento degli animali risultano difficili da vietare, quantomeno con una legge sul maltrattamento. Sicuramente il legislatore ha tenuto conto di altre voci ancora fortemente permeanti la nostra società. Le leggi non possono andare oltre gli indirizzi, più o meno democratici, che pervengono da parte di chi ha eletto i nostri parlamentari. Se così non fosse la legge sarebbe una imposizione totalitaria, argomento questo molto delicato da trattare. E’ innegabile però che il legislatore non ha indicato un principio da tutelare, ma li ha voluti elencare uno per uno con il fine di proteggere inequivocabilmente la singola categoria all’interno di un campo di minore applicazione della legge.

La legge sul maltrattamento prevede due campi punitivi.  Il primo è quello dei potenti reati delitti. Il secondo i deboli reati contravvenzionali. Nel primo caso se uno stabulario di vivisezione tiene dei cani in condizioni claustrofobiche ma nel rispetto della legge sulla sperimentazione, nulla potrà la legge sul maltrattamento. La sua applicazione è infatti subordinata alla legge sulla vivisezione. Ma se i cani vengono tenuti in spazi ancora più angusti rispetto a quanto previsto dalla legge sulla sperimentazione, allora il reato delitto non potrà essere lo stesso applicato se è mancava la volontà di maltrattarli (comportamento doloso). Un assistente poteva non sapere della legge, oppure per negligenza ha tardato a sostituire una gabbia rovinata, ed il gioco è fatto. Per i reati delitti relativi al maltrattamento, infatti, è stata tolta, in uno dei passaggi parlamentari, la previsione colposa. Non è vero che per i reati delitti la previsione colposa è inusuale, o almeno questo è vero nel momento in cui i reati contro il maltrattamento degli animali sono da considerarsi di serie B. Provate a pensare se non esistesse, ad esempio, l’omicidio colposo. L’omicida verrebbe pesantemente punito solo se avesse ucciso per volontà e non, ad esempio, per negligenza.  Per applicare il delitto anche nei casi rubricati come maltrattamento di animali, occorre la ricerca del dolo (dolo specifico, generico, eventuale etc…). Il primo tentativo  della difesa di chi maltratta gli animali è quello di dimostrare la mancata sussistenza del reato. Il secondo è quello di dimostrare la mancata volontà di maltrattare.

Entra così in gioco il debole  727, reato contravvenzionale. Si può applicare anche nel caso di colpa ed addirittura  anche se non è stata violata la legge speciale. Un’altra modifica parlamentare, però, ha congiunto il riscontro delle inidonee condizioni di detenzione, punite dal 727, alle gravi sofferenze. Il nostro sfortunatissimo cane da vivisezione, se non ha gravemente sofferto lo spazio angusto non potrà essere considerato neanche dalla piccola pena prevista dal nuovo 727.

Con tale impostazione è chiaro che la nuova legge sul maltrattamento è stata emanata per tutelare maggiormente gli animali d’affezione.  Questo perchè è l’affezione l’oggetto della tutela, così come in  generale lo sono tutti gli usi degli animali (vivisezione, circhi, macellazione etc…).  Si è rischiato finanche di mandare al macero le importanti sentenze del vecchio 727, le quali riconoscevano sempre più il concento del maltrattamento in quanto tale e non in funzione di una attitudine o sentimento umano. La pena era meno potente rispetto a quella scritta per l’attuale reato delitto.  L’applicazione del reato, però, era indirizzata a tutelare i problemi degli animali e non quelli degli uomini.

Per fortuna  i pronunciamenti della Cassazione relativi alle sentenze nate con la nuova legge, non solo hanno legato il concetto di grave sofferenza a quello dei patimenti così come già stabilito dal vecchio 727 (il nostro cane nello stabulario può avere qualche chance) ma hanno anche deciso la continuità giuridica tra le positive sentenze del vecchio 727 e le fattispecie smembrate dalla 189/04, tra nuovo 727 e reati delitti. Comunque andrà a finire la legge sul maltrattamento esce dal campo della chiara e facile interpretazione di cui al vecchio articolo 727 e per salvarsi inoltra la strada della disquisizione giurisprudenziale già percorsa, a suo tempo, sempre dal vecchio 727. Grazie alla civiltà giuridica eviteremo, forse, disastri applicativi ma l’impostazione della legge è quella di una sclerotica visione zoofila, o se vogliamo pietistico umanitaria, di fine ottocento. Forse rispecchia veramente la media sensibilità del nostro paese e se così stanno le cose per difendere gli animali dobbiamo denunciare evidenziando la nostra indignazione e non l’offesa all’animale, con buona pace del riconoscimento dei loro diritti.