GEAPRESS – Chi si ricorda del cortile di via Castellanza a Busto Arsizio (VA)? Cani ed altri animali in una situazione molto critica. Una indagine meticolosa del Nucleo di Polizia Giudiziaria presso il Tribunale di Varese del Servizio di Vigilanza Zoofila e Zootecnica diretto da Francesco Faragò. La perquisizione effettuata con i Carabinieri della Procura, la scoperta di animali detenuti al buio all’interno di una abitazione di fatto disabitata e finanche Google Street View.

Per chi ha maltrattato, la confisca degli animali e l’accettazione del Decreto Penale di Condanna. In tutto, tremila euro di multa (sic!).

Di più, in questi casi, la legge non consente, o quasi, ma la maniera con la quale si è arrivati ad un buon risultato, almeno sotto il profilo giuridico, è comunque degna di nota. Il rovescio della medaglia, però, è che occorre una pillola contro il mal di testa (… non sperimentata su animali ….) per la complessità di una legge, quale quella sui maltrattamenti, di sicuro non alla portata di tutti.

PROVIAMO A SPIEGARE COSA È SUCCESSO
Il Decreto Penale di Condanna relativo ai fatti di Busto Arsizio, si è basato, spiega Francesco Faragò, sul “dolo eventuale” quale elemento soggettivo (ovvero l’elemento del reato che concerne l’autore dello stesso reato, e non la condotta – elemento oggettivo -) del maltrattamento di cui all’art. 544/ter del Codice Penale.

La condizione di partenza, spiega Faragò, era però la constatazione delle inidonee condizioni di detenzione le quali sono considerate nelle previsioni di reato di cui all’art. 727 del Codice Penale (abbandono di animali). Ovvero un reato di semplice natura contravvenzionale, ma che considera (a differenza del 544/ter) anche le condotte colpose.

Quanto di relativo al più potente reato delitto di cui al 544/ter (maltrattamento di animali) è infatti solo di natura dolosa. Una restrizione gravissima perpetrata nel corso dei lavori parlamentari, ma anche un segnale di un ambiente viziato nel momento in cui la legge fu lo stesso accolta come una dimostrazione di una sorta di rivoluzione culturale.

Qual è, in termini pratici, la differenza?
Se ad esempio l’imputato ha detenuto animali in condizioni inidonee ma per il fine di maltrattare (con crudeltà e senza necessità), si applica il 544/ter. Se invece era solo incapace di accudirvi ed in altri termini non aveva volontà di maltrattare, si applica l’art. 727. Figuriamoci su questo aspetto, come si scatenano gli Avvocati difensori.

Ad ogni modo, sia nel caso di colpa che di dolo, vi sono poi delle forme particolari. Una di queste si riscontra se l’imputato, ad esempio, non voleva maltrattare ma metteva in conto che questo potesse verificarsi. E’ il cosiddetto “dolo eventuale” che permette di riconsiderare la condotta tra quelle dolose e perciò riabilitarla nel 544/ter. Se, invece, l’imputato poteva considerare l’eventualità di arrecare un maltrattamento ma escludeva (erroneamente) che questo evento potesse verificarsi (nel caso non avrebbe agito), si è di fronte alla “colpa cosciente”, una specie di immagine contrapposta del “dolo eventuale”, sebbene distante, che fa ricascare il reato nel campo di applicazione del solo e ancor più blando 727.

In altri termini il percorso è come un campo minato, ancorché produce giurisprudenza. Situazioni particolari e complesse da giudicare caso per caso. Il riscontro di quello che comunemente viene inteso come un maltrattamento, può cioè produrre qualcosa di bello o di brutto, anzi bellissimo o bruttissimo nel momento in cui una sentenza diventa un precedente, ovvero fa giurisprudenza.

Gli elementi riscontrati dal Nucleo di Polizia Giudiziaria presso il Tribunale di Varese del Servizio di Vigilanza Zoofila e Zootecnica, permettevano però di ricostruire un quadro che faceva risultare chiaramente la possibilità di contestazione del “dolo eventuale”. Copiosa produzione fotografica realizzata pure ad intervalli regolari, referti medici, testimonianze, e finanche la documentazione prodotta grazie a Google Street View (nella foto). Un lavoro enorme che da il giusto premio all’impegno e all’abnegazione del personale del Servizio diretto da Francesco Faragò.

Sulla vicenda, però, si aprono due quesiti. Il primo, considerata l’enormità dei procedimenti penali che vi sono in Italia, è quello di capire quanti inquirenti trovino tanto tempo per dedicarsi al riscontro del reato di maltrattamento di animali. Il secondo riguarda un po’ l’amarezza che tale vicenda si sia conclusa, anche nella previsione di legge più grave, con il rito abbreviato, ovvero l’accettazione di un Decreto Penale di Condanna, e tremila euro di multa, ossia la pena pecuniaria del reato delitto.

I cani e gli altri animali, comunque, furono confiscati e tolti così da quella situazione. Affetti da numerose malattie e costretti in un luogo disabitato. Il gatto, detenuto sempre al buio, riferirono gli inquirenti, arrivò quasi ad amputarsi l’orecchio nel tentativo di lenire l’otite parassitaria che l’affliggeva da tempo. Un lavoro enorme per una legge decisamente complicata.

Questo perché i maltrattamenti di animali rimangono reati di serie B. Provate ad immaginare cosa succederebbe se l’uccisione di un essere umano non potesse essere punita perché “solo” colposa. Non solo. All’approvazione della legge 189/04, quella nuova sui maltrattamenti di animali, non si poteva essere neanche sicuri della continuità della buona giurisprudenza maturata con il vecchio 727. Per fortuna non andò cosi. Appunto, per fortuna. Viceversa si sarebbe ripartiti da zero, anzi da sottozero.

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