GEAPRESS – E’ stato condannato dal Tribunale di Varese, dinnanzi al Giudice Monocratico D.ssa Cristina Marzagalli, il cacciatore di Azzate (VA) ritenuto colpevole di avere costretto il proprio cane in inidonee condizioni di detenzione. Ottocento euro di ammenda, sebbene la pena sia stata sospesa a seguito di patteggiamento. Poi le 1170 euro di risarcimento alle associazioni per la tutela degli animali costituitesi parte civile. Una lungo iter processuale, iniziato nel dicembre 2009.

Il cacciatore aveva costruito un angusto stabulario risultato pressoché chiuso su tutti i lati.  All’interno il cane da caccia di otto mesi di vita.

Quella sorta di baracca, ovviamente priva di permessi edilizi, era stata costruita tra gli alberi di uno scosceso pendio utilizzando materiali vari quali legno, reti e lamiere metalliche. Di fatto, stante quanto allora riscontrato dagli inquirenti, il piccolo locale si presentava buio e privo di qualunque contatto con l’ambiente circostante.

Nei luoghi si era arrivati a seguito di segnalazioni di ululati e guaiti che, stante quanto riferito da alcuni residenti, si sarebbero ripetuti sia di giorno che di notte. Ad intervenire il Servizio Interprovinciale Tutela Animali (SITA) di Varese diretto dall’Ing. Francesco Faragò.

L’animale venne sottoposto a sequestro togliendolo così da quella stabulazione su substrato ligneo  rilevata come quasi completamente imbibita di urina e feci diarroiche causate da una infestazione massiva di parassiti intestinali vermiformi quali Ascardi ed Ancylostomi. La conseguente e preoccupante magrezza dell’animale, avevano allora obbligato il ricovero presso una struttura idonea. L’animale era stato pulito e sottoposto ai trattamenti sanitari.

Ora la condanna così come richiesta dal Pubblico Ministero titolare del procedimento Dott.ssa Sara ARDUNI. Secondo il SITA la sentenza del Tribunale di Varese ribadisce e consolida l’importante principio stabilito dalla Sentenza n.10136 del 25.9.2000 della Suprema Corte di Cassazione secondo cui, ai fini dell’integrazione del reato previsto e punito dall’art. 727 com. 2 del CP, l’assenza di luce costituisce per l’animale una detenzione in condizioni incompatibili con la propria natura. Questo indipendentemente dall’avere sottoposto lo stesso a strazi, sevizie o altre fatiche insopportabili.

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