GEAPRESS – Chissà perché ma da parte di alcuni c’è sempre la tendenza a sottolineare le condanne con pene reclusive che riguardano gli autori dei più efferati crimini contro gli animali, omettendo di precisare, però, che l’autore dei gesti è tranquillamente a casa sua. Reclusione, infatti, non significa carcere, ma questo non viene spiegato. 

Forse qualcuno si ricorda ancora di Mosè, il cagnolone di Statte, in provincia di Taranto, notato da una signora mentre il suo padrone lo prendeva ripetutamente a bastonate e poi lo gettava nel cassonetto. La Signora affrontò tutto, ivi compreso il recupero del povero cane e la denuncia che presentò alla magistratura.

Questa settimana la condanna. Quattro mesi, su otto che erano stati chiesti dall’accusa, così come sostenuto anche dalla parte civile ENPA subentrata nel processo. Si, va be’ …. . Il signore ha avuto la pena sospesa ed è stato invece condannato al pagamento delle spese processuali ammontanti a poche centinaia di euro. Forse per l’età (il condannato ha sessantanove anni), ma è comunque bene ricordare come, al di là di fantastici proclami diffusi fin dall’approvazione della legge 189/04, le pene previste sono troppo basse per portare in carcere una persona. Forse solo nel caso di un pregiudicato, ma anche qui dipende dal tipo di reato commesso e dalla distanza temporale. (GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).