GEAPRESS – Vi è un risvolto inedito nel sequestro di cani avvenuto alcuni giorni addietro, grazie all’intervento del NIRDA del Corpo Forestale dello Stato, a Colonna in provincia di Roma (vedi articolo GeaPress). Cani da compagnia, Pechinesi, Jack Russel, Cocker . Animali probabilmente provenienti dall’estero e destinati alla vendita. Condizioni igienico sanitarie indescrivibili ed un precedente a dir poco inquietante, anche sotto il profilo della reale efficacia del nostro sistema giuridico, tanto osannato quanto fonte di probabili insuccessi.

Una delle due persone denunciate a Colonna, aveva già subito un sequestro nel 1998 ed era stato imputato del reato di cui al vecchio articolo 727 sul maltrattamento. Allora aveva 57 anni e di professione faceva l’impiegato. Poi, forse per hobby, allevava. Gli vennero sequestrati, Pit bull terrier, Rottweiler, Dogue de Bordeaux, Bull mastiff. Dal quel sequestro nacque la campagna di affidamento ed adozione della LAV, la quale ottenne i poveri animali in custodia giudiziaria. Venne abbinato pure il numero SOS combattimenti (poi soppresso). Si scatenò una gara di solidarietà con i certificati di adozione rilasciati nel corso dei banchetti. Brigitte e Leonardo, rispettivamente tenerissima pitbullina e un bel maschietto tutto bianco con le orecchie tagliate, molto tranquillo ed affettuoso, divennero i simboli dell’iniziativa. La LAV impostò la campagna per l’adozione di quei cani con il sospetto che potessero essere serviti per i combattimenti. Poi, però, qualcosa andò storto e l’imputato, ovvero la stessa persone del sequestro di Colonna, richiese i cani indietro.

Contrariamente a quanto si crede, il sequestro è solo un passaggio temporaneo di consegne. Per togliere definitivamente dalle mani dell’imputato ogni possibilità di rivendicazione dei cani, occorre la confisca. Se il reato incappa nei tempi di prescrizione, oppure l’imputato viene assolto, il “bene” può tornare indietro. R.P., questo il nome dell’attuale imputato, si impuntò in modo particolare per due cani, che coincisero essere quelli simbolo della campagna LAV. Vennero, pertanto, senza clamori consegnati al tipo.

Occorreva  una legge che riconosceva il reato di maltrattamento e uccisione di animali. Occorreva una legge che puniva chi faceva combattere i cani. Così si disse, e la legge arrivò, bene o male, nel 2004. Era la numero 189.

Probabilmente, però, neanche un imputato per combattimenti tra cani, avrebbe granché da temere da questa legge. Può essere, infatti, condannato per “combattimento tra cani” solo chi promuove, organizza o dirige. Non, cioè, chiunque a qualsiasi titolo coinvolto, come potrebbe essere ad esempio per un allevatore.  Tutte qualifiche molto difficili da individuare, salvo forse dimostrare che chi alleva, di fatto promuove i combattimenti. Ipotesi, comunque, tutta da dimostrare.

Cosa rischia, oggi, chi a qualsiasi (altro) titolo è coinvolto nei combattimenti? Solo il reato di maltrattamento. Nulla di specifico, dunque, anche perché a parte le dicerie sul fatto che chi maltratta gli animali finisce in carcere, questo non corrisponde alla realtà. Se ad esempio si ferisce un gatto, come realmente successo, con un fucile ad aria compressa o di altro tipo, i pochi giorni di arresto sono dovuti all’eventuale uso dell’arma non denunciata (per quella ad aria compressa deve essere superiore ai 7,5 Joule) e non certo per il ferimento o la morte dell’animale.

Nel caso di quest’ultimo reato, ovvero la morte dall’animale, la gravità di quanto previsto dalla legge, è abnorme. Non sono previste pene pecuniarie, ma la sola reclusione da quattro mesi a due anni. Peccato, però, che per farsi un giorno di carcere a condanna avvenuta (per il maltrattamento e l’uccisione non vi è la possibilità di arresto in flagranza di reato) occorre una pena minima di quattro anni. Tutti a casa dunque. E’ già successo ed in numerosi casi. Per gli imputati che sgozzavano animali per il rito della Santeria ad Udine, ad esempio. Non è un rito satanico, come qualcuno ha detto allora, ma una religione sincretica nata dalla fusione di credenze africane ed il nuovo culto portato in America centrale dagli spagnoli. I due imputati, poi condannati, sgozzavano e decapitavano galline, capre ed altri animali. All’inizio vennero accusati di decapitare cani, ma probabilmente non erano stati loro. Ad ogni modo vennero condannati a due mesi, di libertà (vedi articolo GeaPress). La pena prevista, è infatti troppo bassa.

Stessa sorte è toccata al giovane di Trieste che aveva prima ucciso il proprio cane e poi gettato in mare il corpo dell’animale incatenato con dei pesi ginnici (nella foto). Al processo annunciarono la costituzione di parte civile sia l’ENPA che la LAV, ma servì a poco. Il giovane decise di patteggiare, ed è stato condannato a due mesi e quindici giorni, ovviamente (anche qui) di libertà (vedi articolo GeaPress). Stesso probabile destino per i poveri cani morti annegati, dopo giorni di pioggia intensa, nel canile costruito abusivamente vicino ad un fiume in provincia di Ancona (vedi articolo GeaPress) e lasciati incustoditi nonostante la piena. Insomma, continuando così, è probabile che di queste storie ne sentiremo ancora tante. Solo chi non ha granché da perdere, ovvero pregiudicati per gravi e recenti reati, rischiano una pena severa, che comunque difficilmente potrà essere superiore a pochi mesi.

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