GEAPRESS – Dietro un dramma, a volte, possono esservi storie che rischiano, nella brutalità degli eventi, di rimanere cancellate per sempre. I luoghi sono quelli di contrada Ronzina, nei pressi di Patti (ME), dove due giorni addietro si è consumata la tragedia di nove cani uccisi dal veleno (vedi articolo GeaPress). Appena pochi minuti di intervallo tra la visita dei volontari nella zona industriale della cittadina, e una mano assassina, forse un pastore, ha distribuito le micidiali polpette. Il Comune, fanno sapere dalla LIDA di Patti, è ora intervenuto. Almeno con la tabellazione ed il seppellimento dei poveri resti. Dana, invece, non si trovava più.

E’ stata salvata dalla sua diffidenza – dice a GeaPress Marina De Liguori, Responsabile LIDA di Patti – forse le urla dei cani e la stessa nostra concitazione una volta raggiunto il posto”.

Dana si era rifugiata in una zona impervia. “Non si è fidata neanche di noi – spiega Marina De Liguori – l’abbiamo seguita in montagna, ma lei ci abbaiava e continuava la sua scalata, sempre più in alto. Al sopraggiungere del buio era ancora lì, intenta nella sua fuga. Con il cuore in gola siamo andati via, ma prima ci siamo arrampicati sulla montagna ed abbiamo lasciato delle ciotole con acqua ed abbondate cibo per scongiurare che scendesse a mangiare qualche boccone avvelenato“.

L’indomani, già alle 5.00 del mattino, i volontari sono di nuovo sul posto. Non c’è più il cibo e di Dana nessuna traccia. “Abbiamo pensato che fosse morta avvelenata – continua nel suo racconto la Responsabile della LIDA – abbiamo temuto il peggio, urlavamo ma lei non ci abbaiava più. Allora, terrorizzate, abbiamo iniziato a cercare il corpo, se era morta doveva essere lì perché quel veleno uccide in pochi minuti. Abbiamo rastrellato tutta la zona, ma ancora nessun risultato. Forse era un bisogno di illudersi, ma a questo punto Dana poteva anche essere viva“.

I volontari devono andare via. Si è fatto buio e per tutto il giorno si sono alternati tra le ricerche di Dana, l’assistenza ai cani di strada, quelli del rifugio e soprattutto, a maggior motivo in quelle ore, l’esigenza di allontanare dal posto dell’avvelenamento i cani superstiti.

L’indomani, già di primo mattino, i volontari sono di nuovo in montagna. Tutti a cercare Dana. Poi, all’ennesimo richiamo, un abbaio di risposta. Dana era ancora lì ma sempre molto diffidente. “Ci sono volute ore – spiega Marina – ma alla fine si è fatta prendere. Tremava ed aveva lo sguardo smarrito ma quando l’ho messa in auto abbiamo tirato un sospiro di sollievo: Dana è salva! “.

Dopo il tam tam degli appelli, veicolati in ogni parte d’Italia, Dana ed altre due cagnette partiranno per la città di Pesaro. “Sono commossa per la grande catena di solidarietà che in questi giorni ci sta arrivando – ha aggiunto Marina De Liguori – Associazioni ed animalisti che ci inviano messaggi di incoraggiamento e ci dicono di non mollare. E’ bello non sentirsi soli quando si è stati abbandonati da tutti, ma il dolore resta!” Gli altri cani, quelli scampati all’avvelenamento, sono per ora sistemati tra le case dei volontari ed un’altra zona distante dai luoghi dell’avvelenamento.

Dana, però, ha un’altra storia ancora da raccontare. E’ la storia di un probabile cane rinselvatichito, nato senza conoscere l’uomo. Secondo alcuni autori, queste cucciolate (nate cioè in ambienti più distanti dal contatto umano) muoiono in breve tempo a causa di malattie comuni tra i cani, ovvero cimurro o gastroenterite. Il cane, però, non perde mai il suo riferimento nell’uomo, anche quando viene definito “senza padrone” o randagio. Anzi, secondo alcuni autori, la vicinanza ai primitivi accampamenti dell’uomo di alcuni lupi meno adatti alla caccia, potrebbe spiegare l’inizio dell’addomesticamento. Fino a 30.000 anni addietro, secondo alcuni. Un avvicinamento graduale. L’uomo avrebbe potuto offrirgli non solo involontario cibo (ovvero rifiuti sparsi nei luoghi) ma averlo, almeno in un secondo tempo, volutamente alimentato. Il canide ricambiava avvisando dell’avvicinamento di un potenziale pericolo agli accampamenti. Poi si è innescato l’affetto ma anche il progressivo allontanamento dalle sembianze iniziali di quello che all’origine era un lupo.

Il canide selvatico per antonomasia aveva così intrapreso una strada di non ritorno e ad oggi, l’unico certo percorso a ritroso, è quello del Dingo australiano. Per il resto i lupi, salvo pochi ibridi, rimangono lupi e i cani sottospecie di lupo (ma anche su questo non c’è concordia tra gli studiosi). Del resto, nonostante il randagismo sia un fenomeno di vecchia data, non si spiega come al posto del lupo appenninico, non vi sia un bastardino di cane. Ad ogni modo in Sicilia non vi sono più lupi. Ha pensato a tutto l’uomo, ovvero a creare il randagismo e ad uccidere l’ultimo lupo. E’ avvenuto negli anni trenta a Bellolampo, ovvero l’attuale discarica della città di Palermo, preferita, evidentemente, al lupo fucilato.

A Patti, più di recente, c’è stata Bella. Chi è Bella? La mamma di Dana e di altri sette fratellini. Bella venne notata in paese dai volontari della LIDA. Più o meno alla stessa ora, percorreva la stessa strada in cerca di cibo e con le mammelle piene di latte.

Il suo cammino si è incrociato con il mio – dice a GeaPress Marina De Liguori – e quando ho visto questa cagnetta con le mammelle grosse e del cibo in bocca ho subito sospettato che da qualche parte avesse dei cuccioli. L’ho seguita un paio di volte ma lei furbamente mi ha fatto girare senza portarmi dai cuccioli. Così ho impiegato giorni prima di arrivare al posto. Una mamma e otto cuccioli che vivevano tra le canne ai bordi del fiume Timeto, senza un riparo“.

Quello scoperto dalla responsabile della LIDA era la probabile storia di una cucciolata di cani che sarebbero cresciuti in un contesto seminaturale, ovvero con sempre meno contatti con l’uomo. Difficile, però, immaginare che dall’uomo si sarebbero definitivamente allontananti.

Bella aveva creato un suo territorio di “caccia” nel paese di Patti, e lì rovistava tra i rifiuti. Poi ritornava nella più appartata “tana” avendo cura, sempre nelle sue memorie di lupo, a seminare chi invece la seguiva per il suo bene. Non poteva saperlo e per lei le volontarie dovevano apparire come una sorta di potenziale grana. “Bella, per me – spiega Marina – era una cagnetta esemplare, una mamma che nulla aveva da invidiare alle mamme umane“.

Inizia l’azione di recupero. Il terrore è anche per la piena del fiume.

Marina e Elisabetta, quest’ultima Vicepresidente della LIDA locale, iniziano a portare da mangiare e da bere. Bella, pian piano, mostra segnali contrastanti. Si avvicina sempre un poco di più, ma senza cedere improvvisamente. Avrebbe così rischiato di trovarsi in difficoltà, lei ed i suoi cuccioli. Dall’altra parte della barricata, l’infinita pazienza dei volontari, le spine dei rovi e pure qualche morso. Con molta gradualità Bella consente di avvicinare i cuccioli ed infine di poterli toccare. Ma loro, i futuri “rinselvatichiti”, continuano a scappare e a nascondersi tra i rovi.

Non abbiamo mollato la presa – riferiscono le volontarie – anche perché pochi mesi prima in quella zona era stata avvelenata un’altra mamma con i suoi cuccioli. Poi, tra una spina e un morso, ce l’abbiamo fatta. Portati al nostro rifugio, Bella è stata adottata da Maria Pia, una nostra volontaria, e dopo poco siamo riusciti a far adottare i cuccioli. Tutti tranne Dana“.

Dana è una cagnetta dolcissima ma molto timorosa e questo forse è quello che l’ha salvata dal veleno sparso l’altro ieri mattina. Dana, dicono le volontarie, non si fa avvicinare da nessuno ed appena vede una persona estranea si rifugia sulla montagna. L’altro ieri, per i latrati dei cani morenti e l’agitazione dei volontari che cercavano di salvarli, si era rifugiata ancora una volta in montagna. Ricordi di un lupo o insegnamenti di una mamma premurosa? Forse entrambe le cose. Del resto le mamme lupo, sono mamme premurose.

Dana, insieme a Luna e Aida, ha ora trovato adozione.

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