GEAPRESS – Veleno in viale Strasburgo, ovvero la zona nord della città. Poi l’allarme si diffonde nella zona retrostante il Tribunale cittadino, in pieno centro. Infine, scendendo più a sud, in piazzetta Tiro a Segno, dove ha sede il canile municipale.

Una giornata drammatica quella vissuta l’altro ieri dai volontari, e non solo, del capoluogo siciliano. Il veleno largamente diffuso difronte al canile municipale ha però una storia a parte. Innanzi tutto per le vittime. Due Pit bull, giunti al canile a distanza di poco tempo. Uno era già morto. Avevano assunto il veleno proprio nei pressi della struttura. Nel secondo caso è stato possibile ricoverare il cane e tentare, invano, di salvarlo.

E’ morto tra atroci spasmi, bavazione e diarrea. Forse, però, a morire potrebbero essere stati più cani. Il quartiere non è dei più facili e di certo due Pit bull devono far riflettere. Probabilmente non per i combattimenti, anche se in un caso la coda era tagliata. Il cane che si è tentato di ricoverare era peraltro microchippato ed il padrone è conosciuto. Forse uno status simbol, di certo un segnale della ripresa di questa tipologia di cane.

I volontari sono esasperati. “La morte del Pit bull  ricoverato – riferisce a GeaPress Giusy Caldo, volontaria animalista – è stata atroce. Non ho mai visto niente del genere e operando spesso con i randagi me ne sono capitate di tutti i colori“.

Poi i sospetti, le voci che si rincorrono sempre di più. Uno dei due animali viveva a quanto pare a ridosso dello stesso canile municipale. Proprio in quell’area, in più occasioni, sono stati rinvenuti degli strani sacchetti. “Dai balconi piove di tutto” riferisce un signore che non vuole però essere citato. Batterie elettriche, piatti, sacchi dell’immondizia ed altro ancora. Tra gli abitanti del posto c’è chi i cani proprio non li sopporta. L’abbaiare, in effetti, può diventare insopportabile specie quando si vive a due passi da un luogo che detiene un paio di centinaia di cani.

E dire che il canile municipale di Palermo, agli inizi del ‘900, era stato costruito in una zona distante dalle abitazioni, nei pressi della foce del fiume Oreto. In quei luoghi l’uomo relegava le strutture “inquinanti”. Concerie, macelli e l’abbaiare dei cani. Allora venivano uccisi a martellate, poi la Società Pietistico Umanitaria e per la Protezione degli Animali, donò, nei primi decenni del Novecento, una camera a gas. Un metodo, per quanto raccapricciante  allora innovativo e … umanitario (…almeno rispetto alle martellate). La città, nel dopoguerra, è esplosa. I palazzi, autorizzati ma senza criterio, hanno piantato le loro fondamenta quasi dentro la struttura del canile.

Due esigenze contrapposte, ma entrambe vittime della cattiva gestione della cosa pubblica. Gli abitanti del posto ed i cani. Mentre nel 1984, l’allora Sindaco Insalaco (poi ucciso per mano mafiosa) vietava l’invio dei cani alla sperimentazione animale ancor prima del divieto imposto dalle legge sul randagismo (1991), gli abitanti protestavano. Poi, questa estate, l’entrata del canile bloccata dai contenitori dell’immondizia. Infine gli strani sacchetti di pollo. I due Pit bull, ad ogni modo, sono morti per l’assunzione di carne trita. Era visibile il probabile veleno, bluastro.

So che i sacchetti con il pollo sono stati trovati – riferisce a GeaPress Alessandra Musso, Responsabile cittadina della LIDA – e la vicenda è stata fatta notare al Comune“. Se il pollo sia stato avvelenato oppure no, ancora nessuno lo può dire. Di certo, l’altro ieri, tra i numerosi tam tam di “attenti al veleno” in giro per la città, quello del canile municipale è andato a segno. In maniera troppo perfetta, vocifera qualcuno.

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