GEAPRESS – Le ultime notizie sono tutte in ambito urbano. Due cani avvelenati a Ravenna ed entrambi salvati. Rimanendo in zona si segnala un cane morto a Lugo. Poi la provincia di Treviso. A Ferra di Soligo, tre cani morti. Una cadenza praticamente quotidiana, che sembra non conoscere sosta.

Il fenomeno va, però, attenzionato in maniera più ampia, ivi compresi gli ambienti rurali o le stesse aree naturali dove in minor misura circolano le notizie. Un elemento di valutazione in più arriva ora dallo studio condotto dal Centro di Referenza di Medicina Forense Veterinaria dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Regioni Lazio e Toscana. L’indagine ha riguardato l’uso del veleno per la preparazione di esche avvelenate ed ha riguardato un intervallo di tempo compreso tra il 2005 e il 2009. I risultati, comunque, potevano essere ancor più esaustivi se solo vi fosse stata la piena collaborazione da parte degli Enti coinvolti. Nonostante il progetto rientrasse nel LIFE Natura Antitodo, proposto ed attuato dal Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga (oltre che dalle Regioni dell’Andalusia e di Aragona, in Spagna), grande assente è stato L’Istituto Zooprofilattico Abruzzo e Molise. In Abruzzo, infatti, ricade la quasi totalità del territorio del Parco. Assente anche la Sardegna e la Sicilia (quest’ultima ha risposto solo per il 2009) e una gran parte degli enti che, in tutta Italia, sono preposti alla gestione delle aree protette. Pressoché nulla la collaborazione avuta dalla Polizia Provinciale. Con la sola eccezione di quella della provincia di Taranto e di Vicenza, nessuna ha risposto al questionario inviato.

E dire che i risultati della ricerca dovrebbero ora servire per la lotta all’uso illegale dei veleni che, stante quanto riferisce l’Istituto Zooprofilattico della Regioni Lazio e Toscana, rappresenta un fenomeno diffuso e sottostimato. Un vero e proprio attentato alla salute pubblica, dice sempre l’Istituto, soprattutto per l’alto rischio a cui espone i bambini che, per gioco o curiosità, possono entrare in contatto con le esche avvelenate.

L’incidenza sull’uso del veleno colpisce maggiormente le regioni del centro Italia, seguite da quelle del nord dove maggiore è il rapporto tra i campioni risultati positivi e il totale pervenuto. La minore incidenza delle altre regioni, però, potrebbe essere dovuta ad una minore sensibilità verso il problema che si riflette così sul quantitativo di dati affluiti presso gli Istituti Zooprofilattici. Non è inoltre da escludere un diverso spettro analitico dei laboratori.

Di certo si individuano due picchi annuali, più o meno uniformemente distribuiti nel territorio. I mesi di febbraio e marzo e quelli di ottobre e novembre. Secondo gli esperti a caratterizzare le impennate, potrebbero contribuire tre fattori. L’attività venatoria, ovvero la lotta ai cosiddetti “nocivi” antecedente ai lanci di selvaggina per ripopolamento, la competizione tra cercatori di tartufi e l’attività zootecnica che potrebbe incidere sulla ripulitura dei pascoli, prima di far uscire le greggi. In ultimo le basse temperature. Consentirebbero una migliore conservazione nell’ambiente, sia degli animali morti che delle stesse esche, rendendole così disponibili al prelievo per un più ampio lasso di tempo.

Pericoli anche per il cosiddetto avvelenamento a cascata. La sostanza tossica, cioè, entra nella catena alimentare, così come può diffondersi nelle acque. Tra quelle più utilizzate figurano i pesticidi organofosforici, gli organoclorurati, il fosfuro di zinco, la metaldeide, i rodenticidi anticoagulanti, i carbamati e la stricnina. Da segnalare poi i casi di avvelenamento negli animali da reddito. Ingestione di foraggi trattati o contaminati in campo nel corso di trattamenti eseguiti su altre colture, oppure di mangimi e foraggi contaminati durante la conservazione per trattamenti con antiparassitari e/o rodenticidi. Sempre tra le cause di allevamento di animali da reddito potrebbe rientrare l’acqua fornita per l’abbeveraggio e contaminata per trattamento diretto, ad esempio contro le larve di zanzare, ma anche le infestazioni acquatiche in genere, così come la percolazione o dilavamento in profondità del terreno fino al raggiungimento delle falde freatiche.

Da non potersi escludere, in ultimo, la contaminazione per l’uso di contenitori per cibo od acqua riservati in precedenza alla sostanza tossica, così come il contatto diretto conseguente a irrigazione e/o polverizzazioni, così come l’uso di disinfestanti in allevamento.

A rimanere colpiti dal veleno sono cani in particolare, seguiti dai gatti, piccioni, ma anche pecore e maiali. Tra fauna selvatica da segnalare la presenza di lupi e orsi.

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