GEAPRESS – Una importante Sentenza della Suprema Corte di Cassazione, depositata lo scorso 13 maggio,  ha sancito che l’incuria o il disinteresse nei confronti di un animale è configurabile come abbandono di animale.

Alcune   massime, presenti nella Sentenza,  sono sicuramente efficaci  per l’affermazione dei diritti di tutti i viventi, una strada ancora tutta in salita.

Ne citiamo  alcuni passi;  per  chi vuole approfondire l’argomento sono disponibili, in fondo all’articolo,  ampi stralci della  Sentenza  stessa.

La nozione di abbandono enunciata dal primo comma dell’art. 727 c.p. postula una condotta ad ampio raggio che include anche la colpa intesa come indifferenza o inerzia nella ricerca immediata dell’animale“.

L’abbandono può qualificarsi “come senso di trascuratezza o di disinteresse verso qualcuno o qualcosa, o anche mancanza d’attenzione” è configurabile come abbandono anche il non prendersi più cura dell’animale .

Il concetto della trascuratezza, intesa come vera e propria indifferenza verso l’altrui sorte, evoca quindi l’elemento della colpa che, pari al dolo, rientra tra gli elementi costitutivi del reato”.

Il concetto di abbandono come delineato dall’art.727 c. p. non implica affatto l’incrudelimento verso l’animale o l’inflizione di sofferenze gratuite, ma molto più semplicemente quella trascuratezza o disinteresse che rappresentano una della variabili possibili in aggiunta al distacco volontario vero e proprio“.

Dunque non solo l’abbandono, ma anche l’incuria nei confronti degli animali che dipendono da noi umani, la trascuratezza, l’indifferenza, il disinteresse vanno puniti come reato. Va notato come i Supremi Giudici  indichino che, per la configurazione del reato, non è fondamentale che ci siano  violenza o “inflizione di sofferenze gratuite” .

————————————————————————————————–

Corte di Cassazione, III sezione penale,  Sentenza n° 18892/11 – Estensore dr. Renato Grillo –  del 2 febbraio 2011, depositata il 13 maggio scorso.
Con decisione del 13 novembre 2009 il Tribunale di Lecce – Sezione Distaccata di Nardò – dichiarava XX imputato del delitto di abbandono di animali (art. 727 comma 1° c.p.) colpevole del detto reato e, concesse le circostanze attenuanti generiche, lo condannava alla pena di 1.000 euro di ammenda.
Il Tribunale individuava la responsabilità dell’imputato sulla base di due circostanze: testimonianza del medico veterinario YY che riferiva il rinvenimento di un cane munito di microchip all’interno dell’abitazione di tale ZZ ; dichiarazione di quest’ultimo, attestante il ritrovamento del cane nei pressi della propria abitazione alcuni mesi prima in condizioni di totale denutrizione e malato, cui era seguita dopo qualche tempo la denuncia al servizio veterinario.
Veniva disattesa la tesi difensiva secondo la quale il cane si sarebbe smarrito durante una battuta di caccia, tenuto conto della mancata denuncia di smarrimento del cane da parte del padrone, odierno ricorrente“.

Tra le varie tesi difensive, motivo del ricorso, anche  la “inosservanza e falsa o erronea applicazione dell’ art. 727 c.p. dovendosi operare una netta distinzione tra lo smarrimento dell’animale e l’abbandono che presuppone una condotta volontaria“.

Correlativamente la difesa prospetta  quale condotta criminosa sanzionabile non già l’abbandono del cane ma il malgoverno di animali, condotta oggi depenalizzata e per la quale l’imputato ha già ricevuto la sanzione amministrativa e, a tutto voler concedere, l’ulteriore violazione della L.R.P. n. 12 del 3.4.1995 in termini di mancata denuncia di smarrimento del cane“.

Ma proprio sull’art. 727 c.p.  la Suprema Corte ha inchiodato alle proprie responsabilita il ricorrente, rigettando il ricorso e condannando il XX  anche al pagamento delle spese processuali. 

La Corte ha ritenuto che il primo Giudice “ha correttamente concluso per la certezza della condotta di abbandono, desumendola da due elementi ritenuti, a ragione, sintomatici di rinvenimento dell’animale presso l’abitazione di altri che provvedeva successivamente a darne denuncia al servizio veterinario: la  mancata presentazione della denuncia di smarrimento – ove mai tale circostanza si fosse verificata – da parte del legittimo proprietario del cane“.

Quindi la Corte,  confermando la volontà di abbandono da parte dell’imputato,  aggiunge che  “la nozione di abbandono enunciata dal primo comma dell’art. 727c.p. postula una condotta ad ampio raggio che include anche la colpa intesa come indifferenza o inerzia nella ricerca immediata dell’animale“.

La punibilità non è legata soltanto alla volontarietà dell’abbandono, ma anche con l’attuazione di comportamenti incompatibili con la volontà di tenere con sè il proprio animale.

Tale indifferenza, in controtendenza con l’accresciuto senso di rispetto verso l’animale in genere è avvertita nella coscienza sociale come ulteriore manifestazione della condotta di abbandono che va  dunque interpretato in senso ampio e non in senso rigidamente letterale come pretende il ricorrente, in ossequio al significato etimologico del termine.
Significato non è unidirezionale non potendosi quindi condividere la tesi di circoscrivere il significato della parola al concetto di distacco totale definitivo della persona da un’altra persona o da una cosa, come sostenuto dal ricorrente, ben potendo, nel comune sentire, qualificarsi l’abbandono come senso di trascuratezza o di disinteresse verso qualcuno o qualcosa, o anche mancanza d’attenzione.
Del resto – sia pure con connotati diversi – il concetto penalistico di abbandono è ripreso anche dall’art. 591c.p. in tema di abbandono di persone incapaci. E anche in tali casi per abbandono va inteso non solo il mero distacco ma anche l’omesso adempimento da parte dell’agente, dei propri doveri di custodia e cura e la consapevolezza di lasciare il soggetto passivo in una situazione di incapacità di provvedere a sé stesso.
Orbene anche nella ipotesi dell’abbandono di animali – contemplata dal 1° comma dell’art. 727 c.p. – viene delineata in modo non dissimile la nozione di abbandono  da intendersi quindi non solo come precisa volontà di abbandonare (o lasciare) definitivamente l’animale, ma di non prendersene più cura ben consapevole della capacità dell’animale di non poter più provvedere a sé stesso come quando era affidato alle cure del proprio padrone.
Il concetto della trascuratezza, intesa come vera e propria indifferenza verso l’altrui sorte, evoca quindi l’elemento della colpa che, pari al dolo, rientra tra gli elementi costitutivi del reato contestato.
Relativamente all’art.  672 c.p., oggi depenalizzato, la  Corte non ritene che il comportamento in questione rientri nello schema dell’articolo stesso  “in quanto il malgoverno degli animali presuppone un comportamento del tutto diverso implicante l’incapacità della persona di governare il proprio animale se lasciato in libertà”.
Nè ritiene che l’eventuale mancata denuncia di smarrimento costituisca una condotta autonoma sanzionabile, “perché non prevista da alcuna norma incriminatrice”,
Sottolineando che la precisa volontà di abbandono è confermata dal tempo, diversi mesi, fatti trascorrere dalla data di smarrimento “senza assumere la benché minima iniziativa volta a riprendere o ricercare l’animale”, la Corte ha ritenuto di dover disattendere  “l’ulteriore tesi prospettata dalla difesa di una condotta di abbandono necessariamente e solo dolosa, anche perché il concetto di abbandono come delineato dall’art.727 c. p. non implica affatto l’incrudelimento verso l’animale o l’inflizione di sofferenze gratuite, ma molto più semplicemente quella trascuratezza o disinteresse che rappresentano una della variabili possibili in aggiunta al distacco volontario vero e proprio“.(GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).