GEAPRESS – Potrebbe essere solo l’ultimo episodio, almeno per ora, di una vicenda che si protrae ormai da parecchio tempo. Stiamo parlando del gatto rinvenuto lo scorso 21 gennaio, a testa in giù per un albero di Riccò del Golfo, in provincia di La Spezia. Qualcuno, dopo il ritrovamento della padrona, si premurò di togliere il cappio di filo metallico molto noto, in genere, per l’uso che ne fanno i bracconieri. Ma qui non c’entrano nè bracconieri nè cacciatori. Non ha neanche licenza di caccia, infatti, il pensionato di 77 anni che assieme alla moglie è stato denunciato dai Carabinieri per avere piazzato il laccio nei pressi del loro terreno coltivato, ma non recintato, confinante proprio con quello della padrona del gatto.

Voce di popolo, però, affermava che cercando, qualcos’altro si sarebbe trovato, anche perché di gatti al laccio, da quelle parti, se ne era più volte parlato. Molti mici, poi, erano anche spariti. Anzi, si dice che i poveri animali una volta catturati nelle trappole-laccio venivano finiti a bastonate.

Intanto, i Carabinieri, di trappole ne hanno trovate molte altre, sempre attorno allo stesso terreno coltivato che questa volta, evidentemente, non si era fatto in tempo a togliere. Gli infernali marchingegni, sono stati sequestrati.

Per l’ultimo povero micio, comunque, i danni sono tremendi. Il gatto, infatti, ha avuto la rottura del diaframma e l’intrusione delle viscere nella cassa toracica. Questa, del resto, è una delle cause di morte per gli animali intrappolati per l’addome. Lupi, come recentemente accaduto in ben due occasioni. Nei Monti Simbruini (vedi articolo GeaPress) e nel Parco del Pollino (vedi articolo GeaPress) ma anche volpi (vedi articolo GeaPress).

La trappola, secondo i Carabinieri, del povero gatto di Riccò del Golfo, era stata costruita appositamente per i piccoli animali. Il laccio in metallo è un meccanismo crudele quanto efficace. E’ un semplice filo di metallo ove, ad una delle estremità, è sistemato un nodo scorsoio. I bracconieri lo utilizzano per i cinghiali (fermati in genere per la testa) ed altri ungulati, come caprioli e cervi, che rimangono impigliati per una zampa. Più cercano di liberarsi, più il laccio stringe fino a procurare l’amputazione dell’arto o, se presi per l’addome, la rottura del diaframma.

I responsabili del brutale gesto di Riccò del Golfo, sono stati denunciati a piede libero (in Italia anche per i più brutali maltrattamenti di animali non vi è l’arresto in flagranza di reato) per violazione dell’art. 544/ter (maltrattamento) e 110 Codice Penale (concorso nel medesimo reato). Se la caveranno probabilmente con la condanna al pagamento di una ammenda. (GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).