GEAPRESS – Un colpo di fucile da caccia. Un’altro ancora. Un tentativo di risolvere con la doppietta, il problema del randagismo. Metodo tremendo ed ancora, purtroppo, molto diffuso. In questo caso, poi, il caso si è risolto in maniera ancor più emblematica, lasciando cioè una speranza che si chiama Maria Antonia Catania, volontaria animalista Responsabile di Animalisti Italiani della Piana di Gioia Tauro (RC).

Alcuni giorni addietro, Maria Antonia riceve una segnalazione telefonica. “C’è un cane che sta morendo. Non si muove“. La Responsabile animalista si precipita sul posto ed in effetti, lungo la strada, incontra l’essere … immobile. E’ una cagnetta, tutta bianca, tipo pastore maremmano. Tiene sempre la testa piegata su di un lato e non si scosta mai dal bordo di quella strada dove qualcuno, si scoprirà poi, l’ha centrata in testa con un colpo di fucile.

Intanto bisognava pensare ai soccorsi – dice Maria Antonia a GeaPress – Ho chiamato i Carabinieri, che sono accorsi subito con il Veterinario dell’ASP 5 di Reggio Calabria“.

Il dott. Marroni, Medico Veterinario, può solo constatare le gravi condizioni del cane. L’ASP 5, infatti, non è dotata di unità di soccorso. In zona, tra l’altro, non vi sono canili sanitari. Maria Antonia non si perde d’animo ed aiutata dai volontari (sopperendo ad un compito che per legge è dei Comuni) ricovera il cane presso una clinica veterinaria di Reggio Calabria. Viene subito aiutata, anche economicamente, dal Presidente dell’ANPANA (Associazione Nazionale Protezione Animali Natura Ambiente) di Taurianova, Claudio Cannatà. Si provvede con la TAC, il cui esito, però, lascia tutti sconcertati. Il cranio è invaso da pallini da caccia. Legata e centrata.

Mi domando come sia potuta rimanere viva – dichiara Maria Antonia Catania – Sicuramente l’hanno lasciata in terra come morta ed avrà sofferto le pene dell’inferno“.

La prognosi ancora non è stata sciolta, ma purtroppo è certo che rimarrà cieca. Vittima della crudeltà umana, dice Maria Antonia.

Ma cosa rischia chi si è reso responsabile di un gesto tanto orribile? Niente, dal punto di vista della legge sulla caccia, ammesso che sia cacciatore, poi. O meglio, il Questore potrebbe decidere sul porto d’armi, ma la legge, di per sè, non dice niente. La legge contro il maltrattamento degli animali, invece, non prevede l’arresto in flagranza di reato.

In altri termini, i Carabinieri potevano trovarsi a passare nei luoghi ed intervenire al momento ma, per quanto riguarda la legge 189/04, potevano solo denunciare a piede libero chi sparava. Il colpevole può poi chiedere il rito abbreviato ed uscirsene con una pena ridotta. Ovviamente previa valutazione della difesa sul fatto che la pena reclusiva venga commutata in pecunaria. Del resto, anche se l’imputato fosse andato sotto processo, ovvero in dibattimento, l’evenutale pena reclusiva sarebbe comunque stata commutata in pena pecunaria (nelle migliore delle ipotesi intorno ai 10.000 euro). Il reato, prevedendo pene sensibilmente inferiori ai tre anni di reclusione, non porta mai in prigione. Forse un pregiudicato qualche ora di gattabuia avrebbe potuto rischiarla, ma dipende, anche qui, dalla tipologia del precedente reato e da quanto tempo è stato commesso. Per finire in prigione, così come tanto pubblicizzato dopo l’approvazione della 189, occorre che il reato di maltrattamento non sia l’unico contestato. Deve esserci, ad esempio, l’uso di un’arma clandestina o nei casi investigativi più complessi, l’associazione a delinquere. Ma anche qui occorre essere agevolati da ipotesi di reato pesanti, che permettano l’uso di adeguati strumenti investigativi. Non è certo il caso del maltrattamento. (GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).