collare elettrico
GEAPRESS – Nei giorni scorsi ha fatto molto scalpore una Sentenza della Corte di Cassazione, velocemente ripresa anche in casa animalista, circa il fatto che l’uso del cosiddetto collare antiabbaio, meglio conosciuto come  collare elettrico, rappresenti una forma di maltrattamento di animali. E’ stata addirittura richiamata, con specifiche estrapolazioni di presunti testi, la precedente giurisprudenza. Un veloce copia incolla tra vari articoli di giornale ha poi “sancito” che l’uso del collare antiabbaio è per legge un maltrattamento.

Forse per il Veterinario, ma la legge 189/04 voluta per reprimere gli abusi sugli animali, non stabilisce in tal  maniera.

Tale disposizione  ha di fatto scorporato le ipotesi di reato in due diversi articoli del Codice Penale. L’art. 544/ter, reato-delitto rubricato come “maltrattamento di animali”, ed il minore e quasi del tutto inefficace reato contravvenzione di cui all’art. 727 del Codice Penale riportante il titoletto di  “abbandono di animali”. Proprio in  quest’ultimo reato la Corte di Cassazione ha deciso di inserire l’uso del collare antiabbaio. Punibile, forse, ma non perchè maltrattamento.

La Sentenza è la numero 38034/13 della III Sezione Penale, depositata il 17 settembre scorso.

La situazione è talmente chiara da sfiorare il paradosso. In sede di giudizio era stato l’imputato a richiamare l’applicabilità nei suoi confronti non del 727, bensì del 544/ter ovvero il (vero) maltrattamento. Una tattica difensiva che avrebbe potuto riconsegnare il caso ai gradi di giudizio inferiori e verosimilmente non essere mai punito visto che il reato-delitto si applica solo alle previsioni di dolo.

Similmente, la presunta precedente giurisprudenza in favore del “maltrattamento” viene chiaramente evidenziata dalla Corte nell’esatto contesto che l’ha prodotta. Di certo non è quello dei trionfanti comunicati, anche animalisti. In altri termini, una pronuncia del 2007,  resa peraltro in sede cautelare,  della III Sezione Penale, aveva rilevato come la Corte  non era “stata però investita direttamente della esatta qualificazione giuridica del fatto“. Sempre la III Penale evidenziava a sostengo della tesi, “una sommaria lettura della massima  secondo cui tale pronuncia si riferisse all’ipotesi dl cui all’art. 544 ter cp“.

Dunque, come ha realmente affermato la Corte di Cassazione con la sentenza numero 38034/13 “il Collegio, dando sostanzialmente continuità al precedente orientamento, ritiene che il collare elettronico sia certamente incompatibile con la natura del cane“. In altri termini il collare elettronico che produce “scosse o altri impulsi elettrici che, tramite un comando a distanza, si trasmettono all’animale provocando reazioni varie” è punibile con il secondo comma del debolissimo reato di contravvenzione 727 dal titoletto di “abbandono di animali”.

Nella disamina della Corte si evince altresì come i Giudici siano perfettamente consapevoli di quello che provoca il collare, ovvero “trattasi in sostanza di un addestramento basato esclusivamente sul dolore, lieve o forte che sia, e che incide sull’integrità psicofisica del cane poiché la somministrazione di scariche elettriche per condizionarne i riflessi ed indurlo tramite stimoli dolorosi ai comportamenti desiderati produce effetti collaterali quali paura, ansia, depressione ed anche aggressività“. Tutto questo, però, grazie alla legge sui maltrattamenti 189/04 non rappresenta un “maltrattamento di animali” punito in maniera relativamente più severa, ma semplicemente una inidonea condizione di detenzione  che deve pure produrre “gravi sofferenze“. Tutto da certificare, ovviamente.

La Corte, nel caso ora esaminato, ha fatto proprio il parere veterinario accettando l’analisi del professionista circa gli effetti talvota considerabili come maltrattamenti. Peccato, però, che la fattispecie sia giuridicamente contemplata nel piccolo reato di cui all’art. 727.

Facile immaginare cosa può succedere in merito all’uso di uno strumento che rimane comunque di libera vendita ed ora blandamente punito. Equivale, più o meno, ai richiami elettronici per avifauna, vietati (con un reato di contravvenzione) ai cacciatori. Per loro, come per i collari elettrici, è consentita la vendita che avviene, ad esempio, nei cataloghi di caccia. Da oggi richiami e collari avranno un altro punto in comune: sono entrambi blandamente puniti.

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