GEAPRESS – Accolta la tesi che il PM aveva sostenuto nella richiesta di archiviazione: “l’indagato ha cagionato la morte dell’animale, che peraltro riteneva già morto il giorno prima, poiché vecchio e ammalato“. In tal maniera l’Ufficio del GIP del Tribunale di Bolzano lo scorso 10 febbraio ha archiviato per “mancanza dell’elemento soggettivo del reato“, il procedimento penale che era stato aperto nei confronti di un cittadino di Racines (BZ).

Il 3 gennaio 2011 l’uomo si era presentato nei locali del depuratore di Campo di Trens con il suo cane creduto morto. Si apre la cella frigorifera e 17 anni vissuti assieme a quello che l’uomo definisce il suo miglior amico, vanno sottozero. L’indomani il proprietario riceve una telefonata. Abbiamo aperto la cella, il suo cane è vivo. Lui si precipita, prende l’accetta e spacca il cranio all’animale.

Non c’è colpa e non c’è dolo e il solo fatto (ovvero l’elemento oggettivo) non regge il reato. Oppure potrebbe darsi che c’era la colpa e non il dolo, ma l’elemento soggettivo decade nel momento in cui la prima condotta non è punibile per lo specifico reato. Nel reato di uccisione di animali, così come di maltrattamento, la colpa non è infatti punibile. Uccidere o maltrattare per negligenza o ignoranza (ovvero per colpa)  non rientra incredibilmente nelle possibilità di applicazione  degli articoli 544 bis (uccisione) e 544/ter (maltrattamento) del nostro Codice Penale. Circa il dolo, ovvero l’intenzionalità ad uccidere come a maltrattare, il GIP di Bolzano potrebbe aver condiviso la tesi  di una azione non crudele e necessaria per le particolari condizioni del cane.

Tutto finito dunque, il cane era vecchio e ammalato. La vicenda era stata denunciata dai Servizi veterinari di Bressanone.

Una interpretazione quantomeno discutibile e che, al di là di come sia stato possibile deporre un animale, in realtà ancora vivo, all’interno di una cella frigorifera, pone seri dubbi su chi può arrogare il diritto di eutanasia e con quali metodi, poi.

Ricordiamo, comunque, che l’attuale legge contro i maltrattamenti degli animali pone a tutela il sentimento dell’uomo conseguente all’eventuale condotta criminosa che ha arrecato maltrattamento o morte. L’animale, cioè, non è portatore di diritti. Il tutto, poi, punito con blande pene.

Uno dei casi più efferati mai accaduti in Italia, ha riguardato una gattina di Verona presa a badilate in testa nel febbraio 2011. Il testimone e la proprietaria alla quale fu raccontato il gesto compiuto da un vicino, si sentirono male. La condanna, tra le più alte mai registrate in Italia, è stata una sanzione pecuniaria di 10.500 euro. Stessa sorte che toccherà probabilmente all’operaio di Sassari che pochi giorni addietro avrebbe prima ripetutamente inseguito e ferito a calci una cagnolina lasciandola in una pozza di sangue. Il giorno dopo, accortosi che era ancora viva, avrebbe scagliato un grosso sasso sulla testa della cagnetta, spaccandola a metà e causandone, ovviamente, la morte (vedi articolo GeaPress).

Nonostante il reato di uccisione (544/bis C.P.) preveda la reclusione fino a due anni, mai un solo secondo di carcere sarà scontato, anche nel caso di condanna divenuta definitiva. Anzi, non saranno neanche possibili pene alternative, come pulire le celle di un canile (si era augurato il proprietario della cagnolina “ciccetta” di Sassari). La punibilità, infatti, ha bisogno di previsioni di pena ben più alte dei teorici due anni. Questo, molto probabilmente, anche nel caso dei pregiudicati. Bisogna considerare che tipo di reato si era precedentemente commesso e quanto tempo addietro.

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