ghiro III
GEAPRESS – Non si creda che l’uccisione dei ghiri sia un fenomeno confinato alla sola Calabria. Il consumo del piatto a base di “topo”, bollito nel sugo o arrosto (di questo si tratta e non potete immaginare il cattivo odore che se ne sprigiona) è diffuso in molte altre zone d’Italia e nella vicina Slovenia. La “colpa” è dei legionari romani che si portavano in giro per l’Europa glirari di terracotta dentro cui allevavano questi animali, cibo pronto disponibile per i momenti di bisogno.

Del resto il bracconaggio è cosi: pensi che sia altrove e invece, appena stai un po’ più attento, ti accorgi che c’è ovunque, anche alle porte di casa tua. E infatti due persone risultano denunciate nel 2011 in Valsassina (LC) dopo avere ucciso (sembra anche a morsi sul collo) trenta di questi  animaletti dopo averli stanati con uno straccio imbevuto di benzina, incendiato e lanciato nel tronco cavo dentro il quale speravano di poter trascorrere un tranquillo letargo.

Ma certo è in Calabria (e in particolare nella provincia di Reggio) che questa terribile pietanza trova la sua sublimazione. Più che altro si tratta di un rito: il ghiro come simbolo di potere. Servire agli amici, non sempre consenzienti, un piatto di ghiri vuol dire dimostrare di essere “uomo di rispetto”. Portare piatti a base di ghiri in incontri organizzati per scambiarsi favori, leciti o meno, vuol dire legare gli altri ad un patto non scritto al quale è difficile sottrarsi. Non è un caso che nelle intercettazioni del ROS dei Carabinieri a carico di soggetti appartenenti alla malavita della locride si riporta di cene pacificatrici a base di ghiri tra cosche contrapposte della ‘ndrangheta.

E’ questo che vogliamo combattere: l’illegalità che per sei mesi all’anno si manifesta sulla nostra montagna, con le torce che luccicano nella notte nei boschi più remoti;  i fucili con la matricola cancellata nascosti negli alberi cavi o sottoterra, pronti a sparare; le trappole che schiacciano migliaia di inoffensivi  animali mentre giocano sulle chiome delle piante lanciando i loro richiami sociali; l’indifferenza che spinge molti a dire “ma sono solo ghiri”, senza capire che l’illegalità chiama altra illegalità.
Contro questa forma di bracconaggio le risposte non sono ancora adeguate.

L’INTERVENTO DELL’ARMA DEI CARABINIERI

I calabresi devono ringraziare i Carabinieri i quali, alla perenne ricerca di armi clandestine (nel reggino ce ne sono nascoste a migliaia, frutto di rapine e di furti perpetrati anche in altre regioni), spesso si imbattono, nelle perquisizioni di delinquenti indagati per droga e armi, in congelatori pieni di animali. Ed i militari dello Squadrone Eliportato Cacciatori Calabria, che perlustrando la montagna di notte quelle luci che fendono l’oscurità dei boschi le vedono, a differenza di altri, molto bene (vedi articolo GEAPRESS).

Senza di loro l’Aspromonte di notte sarebbe uno sconfinato territorio lasciato nelle mani di chi è abituato a delinquere.
Li devono ringraziare i calabresi che vogliono vivere in una regione più evoluta; quelli che capiscono che l’ambiente è un tutto unico che non puoi intaccare senza creare squilibrio; quelli che amano la natura, gli animali e la legalità.

LA CACCIA AL GHIRO IN CALABRIA

La caccia al ghiro (Glis glis) è diffusa in tutta la Calabria. In provincia di Cosenza vi sono evidenze sul versante ionico (Rossano), sull’altipiano della  Sila (San Giovanni in Fiore) e sul versante tirrenico (Orsomarso). In provincia di Crotone è diffusa nella zona di Castelsilano (Sila Piccola). Ma è nelle “Serre”, dove si incrociano le province di Catanzaro, Vibo Valentia e Reggio Calabria, che si trova la tradizione più radicata, nel territorio di  Guardavalle, Santa Cristina dello Ionio, Nardodipace, Serra San Bruno, Stilo e Bivongi. Nel 1999, anno in cui lanciammo il “Progetto Ghiro”, è stato stimato che nel solo comune di Guardavalle venissero catturati 20.000 animali l’anno, rivenduti al prezzo di circa 5 euro ciascuno.

LE QUATTRO AREE DELLA PROVINCIA DI REGGIO CALABRIA

La provincia di Reggio Calabria è quella dove la tradizione è più diffusa. Una vera e propria zonizzazione individuabile in quattro aree principali :

1) Alta locride, con i territori di Stilo, Bivongi, Pazzano, Caulonia e Mammola.
2) La locride, con i territori di  Antonimina, Ciminà, San Luca, Casignana, Sant’Agata del Bianco, Africo e Bova.
3) Il reggino, con la parte meridionale dell’Aspromonte ed i territori di Bagaladi e Santo Stefano d’Aspromonte.
4) La dorsale tirrenica, con i territori di Santa Cristina d’Aspromonte, Delianuova, Scido, Molochio, Oppido Mamertina, Melia e Sinopoli.

La stagione della caccia è lunghissima: comincia con la Festa di San Giovanni Battista (24 giugno) e si conclude, se le temperature si mantengono miti, a fine dicembre.

All’inizio dell’estate i ghiri sono molto magri, in quanto reduci dal letargo invernale. E’ verosimile, pertanto, che vengano catturati per lo più vivi, ed ingrassati con ghiande, castagne e foglie di pero, secondo tecniche risalenti all’Impero Romano, quando i ghiri venivano traportati vivi in appositi contenitori dalle legioni come riserva di cibo sempre pronta.
Nel mese di settembre si dice che alcuni bracconieri sospendano la caccia, in quanto le femmine sono gravide.
Nel periodo invernale si trovano gli animali migliori, in quanto pronti per andare in letargo e quindi ricchi di riserve di gasso.
Nemmeno durante il letargo invernale, però, questi animali sono lasciati tranquilli, in quanto vengono stanati dai loro rifugi con fumi di zolfo o addirittura bruciando l’albero ed infilzati con lunghi punteruoli.
Il bracconaggio oltre a decimare questa specie, di recente inserita dall’IUCN nella Lista Rossa degli animali a maggior rischio di estinzione, finisce per colpire altre specie arboricole ancora più rare, come il Driomio (Dryomys nitedula) che vive localizzato in alcuni boschi dell’Aspromonte o la Martora (Martes martes).
I ghiri sono diffusi in tutti gli ambienti, persino nei frutteti di pianura. Ma prediligono i boschi maturi, dove possono trovare cavità per la riproduzione o il letargo invernale. Quelli più adatti sono querceti, castagneti e faggete.

I METODI DI CACCIA: FUCILE E TRAPPOLE

La caccia con il fucile veniva esercitata un tempo nelle notti di luna piena. Oggi gli animali vengono abbattuti dopo essere stati localizzati sugli alberi grazie ai vocalizzi sociali  che emettono ed  illuminati per mezzo di torce. Spesso vengono utilizzate armi di piccolo calibro o addirittura carabine ad aria compressa che fanno poco rumore. In molti casi vengono utilizzate armi clandestine, cioè fucili privati della matricola e nascosti nel bosco pronti all’uso.

Le trappole possono essere utilizzate per catturare gli animali vivi ed in questo caso sono a “gabbietta”. Vi sono poi diversi tipi di trappole utilizzate per uccidere gli animali: le arcaiche “prache”, cioè due lastre di pietra poste sugli alberi alla base di innesto dei rami. Le lastre sono tenute separate da un bastoncino di canna con infilzata una ghianda. Nel momento in cui il ghiro tenta di cibarsi della ghianda sposta il bastoncino e resta schiacciato dalla lastra superiore; le sep, cioè le trappoline a molla utilizzate per topi o piccoli uccelli, poste su una lastra di pietra o su una lettiera realizzata sui rami alla confluenza di due piante ed innescate con ghiande, castagne o pezzettini di melone; le lattine di succo di frutta o i tronchetti di legno scavati a mano all’interno dei quali viene posto un meccanismo a scatto e la solita esca.

Giovanni Malara – Nucleo CABS (Committee Against Bird Slaughter) Reggio Calabria

© Copyright GeaPress – Tutti i diritti riservati