tigre II
GEAPRESS – Il recente episodio di cronaca accaduto a Busto Arsizio, dove un giovane babbuino è scappato alla custodia del proprietario che deteneva anche i genitori dell’animale, riporta prepotentemente all’onore della cronaca la questione della detenzione di animali pericolosi da parte di privati cittadini. Pur essendoci infatti un divieto generalizzato e assoluto alla detenzione di animali pericolosi questi non solo risultano essere ancora detenuti da privati non regolarmente autorizzati, ma addirittura vengono fatti riprodurre in modo illecito.

 

L’articolo 6 della legge 150/92, quella che introdusse le sanzioni penali per le violazioni alla normativa CITES, stabilisce infatti quanto segue:

“1. Fatto salvo quanto previsto dalla legge 11 febbraio 1992, n. 157, e’ vietato a chiunque detenere esemplari vivi di mammiferi e rettili di specie selvatica ed esemplari vivi di mammiferi e rettili provenienti da riproduzioni in cattivita’ che costituiscano pericolo per la salute e per l’incolumita’ pubblica.

2. Il Ministro dell’ambiente, di concerto con il Ministro dell’interno, con il Ministro della sanita’ e con il Ministro dell’agricoltura e delle foreste, stabilisce con proprio decreto i criteri da applicare nell’individuazione delle specie di cui al comma 1 e predispone di conseguenza l’elenco di tali esemplari, prevedendo altresi’ opportune forme di diffusione dello stesso anche con l’ausilio di associazioni aventi il fine della protezione delle specie.

3. Fermo restando quanto previsto dal comma 1 dell’articolo 5, coloro che alla data di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del decreto di cui al comma 2 detengono esemplari vivi di mammiferi o rettili di specie  selvatica ed esemplari vivi di mammiferi o rettili provenienti da riproduzioni in cattivita’ compresi nell’elenco stesso, sono tenuti a farne denuncia alla prefettura territorialmente competente entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto di cui al comma 2. Il prefetto, d’intesa con le autorita’ sanitarie competenti, puo’ autorizzare la detenzione dei suddetti esemplari previa verifica della idoneita’ delle relative strutture di custodia, in funzione della corretta sopravvivenza degli stessi, della salute e dell’incolumita’ pubblica.”

In data 19/04/96, con ben quattro anni di ritardo, il Ministero dell’Ambiente promulga finalmente il decreto con cui vengono identificati gli animali pericolosi, che viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 03/10/1996, vale a dire ben sei mesi dopo la sua emanazione; da questa data scattano i 90 giorni previsti dalla normativa per denunciare la detenzione di animali pericolosi alle Prefetture del territorio nazionale. I prefetti, d’intesa con le ASL, avrebbero dovuto dar corso a controlli presso tutti i denuncianti per:

–    verificare le condizioni di detenzione in relazione al loro benessere e alle garanzie di sicurezza per l’incolumità pubblica;
–   dare o negare, sulla base delle risultanze degli accertamenti, il permesso alla detenzione di quegli animali sino alla loro morte;
–   stilare un elenco di detentori corredato dall’elenco degli animali rispettivamente detenuti;
–  adottare i provvedimenti conseguenti in caso di negazione dell’autorizzazione alla detenzione, emettendo un provvedimento di allontanamento degli animali per ragioni di sicurezza;
–  trattandosi di un’autorizzazione temporanea, atta soltanto a sanare un divieto assoluto e solo per quanto concerne gli animali detenuti alla data di pubblicazione del decreto in G.U., si sarebbero dovute imporre le cautele necessarie per impedire ogni tipo di riproduzione, al fine di evitare che il possesso di animali pericolosi potesse essere reiterato all’infinito. Qualsiasi animale nato in cattività dopo tale data avrebbe dovuto essere comunque asportato.

A giudicare dai recenti fatti di cronaca –il rinvenimento di due crotali nella Pineta di Castel Fusano, l’uccisione di un uomo da parte delle sue tigri a Pinerolo, il rinvenimento di una tartaruga azzanatrice in una vasca posta nei giardini della Villa Reale di Milano, la fuga del babbuino a Busto Arsizio, per non parlare del recente ritrovamento di una tigre detenuta a Mugnano (NA) – si ha l’impressione che la detenzione degli animali pericolosi da parte di privati sia una questione completamente fuori controllo, fatto ulteriormente provato dalle costanti e continue nascite di animali pericolosi custoditi da privati, dei quali sarebbe vietata la detenzione a termini di legge.

A questo si aggiunge che, secondo le informazioni in possesso dello scrivente, non ci sono privati muniti di autorizzazione prefettizia alla detenzione di animali pericolosi, che dovrebbero essere identificati in modo univoco con microchip e detenuti in strutture identificate e autorizzate: pertanto attualmente la detenzione appare legittimata dalla sola denuncia presentata dai detentori nel 1996. Si ha quindi ragione di ritenere che non esistano elenchi in possesso dei Ministeri degli Interni e dell’Ambiente che possano fotografare un fenomeno di estrema pericolosità sociale e di possibile grave maltrattamento per gli animali.
L’assenza di elenchi peraltro parrebbe dimostrata anche dal fatto che quando vengono rinvenuti animali pericolosi nessuno pare in grado di risalire a possibili proprietari, mancando un database di detentori.

La mancata attuazione di quando disposto dalla legge deve essere messa in relazione con la presenza di pochissimi centri idonei alla detenzione degli animali pericolosi, sottratti ai privati o anche all’importazione clandestina e che, per questo, le Prefetture-U.T.G. non si siano realmente attivate, con i Servizi Veterinari ASL, per le necessarie verifiche. Questo continua quindi a permettere che nel nostro paese, a distanza di 17 anni dalla legge, vi siano privati che ancora detengano animali pericolosi dei quali è vietata la detenzione, in condizioni spesso non verificate e con continue riproduzioni, con possibile rischio per la sicurezza dei cittadini.

L’intervento svolto a Busto Arsizio da personale di questo nucleo dimostra chiaramente come lo Stato non abbia provveduto ad individuare competenze precise per il recupero di questi animali, né abbia dotato il Corpo Forestale di attrezzature idonee a poter operare in sicurezza. Le operazioni di cattura del babbuino, che per fortuna non ha arrecato danni alle persone ed è stato ricatturato senza danni per l’inconsapevole animale, hanno dimostrato le difficoltà operative delle forze in campo, prive di strumenti e di luoghi idonei per consentire una sicura risoluzione del problema.

Si resta in attesa di sapere a cosa porteranno gli accertamenti in corso da parte del Corpo Forestale dello Stato nei confronti del proprietario del babbuino, anche in riferimento alla detenzione di numerosi altri animali pericolosi da parte dello stesso soggetto.

Si ritiene che sarebbe oltremodo opportuno che il problema venisse nuovamente posto sotto esame trovando una via definitiva che consenta di impedire realmente la detenzione di animali pericolosi in capo a privati cittadini, nell’interesse della comunità e del benessere di questi animali che, chiusi all’interno di abitazioni, ville e parchi, sono dei veri e propri fantasmi dei quali poco o nulla si sa.

Ermanno Giudici – Capo Nucleo Guardie Zoofile ENPA MIlano


© Copyright GeaPress – Tutti i diritti riservati