Animali sotto sequestro. Che fine fanno? Ne abbiamo già parlato in un precedente articolo di GeaPress (vedi articolo). Di sicuro vengono affidati in custodia giudiziaria. In attesa, cioè, che si decida sulla destinazione finale (possibile solo dopo condanna definitiva), vengono affidati ad un soggetto che deve provvedere al corretto mantenimento. Può essere lo stesso indagato, una Associazione. Se, invece, sopraggiungono problemi di ordine sanitario, vengono abbattuti. Poi, ci sono proposte ancor più strampalate, come quelle di due parlamentari che volevano ad ogni costo la permanenza degli animali nei luoghi dell’illecito (vedi articolo GeaPress).

Poco attenzionato, invece, è il problema del possibile “ritorno”. Ovvero la possibilità che un animale affidato in custodia giudiziaria, ritorni al proprietario assolto o il cui procedimento è andato prescritto. L’Avvocato difensore può richiedere l’animale, anche se nel frattempo è andato in adozione e vive felice una nuova vita.

Problemi tecnici che trovano una giustificazione nel trattare gli animali come “cose”. Un bene da gestire, insomma, posto sotto sequestro e pure con l’obbligo dell’immodificabilità. Un cane sequestrato, ad esempio, non potrebbe essere sterilizzato. Anche nell’ipotesi che sistemato in un canile, chiuso da solo in una gabbia e nel bel mezzo di altre gabbie con femmine in estro. Il proprietario al quale è stato sequestrato un animale, infatti, potrebbe tornarne in possesso e in tale caso lo Stato deve restituire l’animale così come gli è stato tolto.

Più in particolare su questi ultimi aspetti, intervengono su GeaPress, Michele Di Leva e Federica Cuccagna, Responsabili rispettivamente della Sezione di Torino e di Roma di Animalisti Italiani.

Redazione GeaPress

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I casi nei quali un organo di polizia giudiziaria (Corpo Forestale, Carabinieri, Guardie Zoofile, ecc) provvede al sequestro di uno o più cani a causa di una oggettivamente riscontrata circostanza di maltrattamento sono senz’altro molteplici.

Che sia ad ogni buon conto su disposizione dell’ A.G. o su iniziativa della p.g. operante, il passo inevitabilmente consequenziale è quello dell’affidamento in custodia del cosiddetto corpo del reato: il cane, seppur questi risulti a tutti gli effetti ed il più delle volte, una vittima del reato.

Normalmente la custodia viene assegnata al canile sanitario competente per zona, od eventualmente in caso di necessità ad un canile pubblico o privato convenzionato con i comuni limitrofi, e ciò ai sensi dell’art. 259 del c.p.p. che al comma 2 cita testualmente “all’atto della consegna, il custode è avvertito dell’obbligo di conservare e di presentare le cose ad ogni richiesta dell’autorità giudiziaria nonché delle pene previste per chi trasgredisce ai doveri della custodia”.

Si evince, pertanto, che il custode giudiziario non può alterare in nessun modo le condizioni del cane né tanto meno la sua ubicazione, se non su specifica autorizzazione del magistrato; in definitiva, vengono assicurate ad iniziativa del custode esclusivamente cure medico veterinarie base ed ovviamente la doverosa somministrazione idrica ed alimentare.

Interventi specifici come l’obbligatoria sterilizzazione prevista per legge nei canili, terapie e/o interventi di natura importante, spostamenti in strutture sanitarie specializzate o l’eutanasia devono passare attraverso una lunga serie di farraginose richieste burocratiche sicuramente doverose dal punto di vista giuridico ma non di rado risultanti dannose per il benessere degli animali.

Emblematico un caso in cui veniva richiesta al Pubblico Ministero l’autorizzazione ad effettuare l’eutanasia ad un cane in custodia giudiziaria, caratterizzato da patologie incurabili tali da creare sofferenza al soggetto; circostanza volle che fosse un venerdì’ e pertanto fino ad almeno il lunedì successivo non si sarebbe potuto dar fine alle sofferenze del povero animale.

Purtroppo per la legge italiana, fin quando non viene emanata una condanna definitiva, il cane rimane di proprietà dell’indagato. Non può aversi, cioè, la confisca. In alcuni casi il proprietario dell’animale non oppone eccessiva resistenza in sede giudiziaria, giungendo con tempistiche relativamente accettabili ad una conclusione.

Ben altra storia quando ad esempio, esistendo fattori di redditività o altro, l’indagato oppone una resistenza di natura legale inusuale, allungando a dismisura l’iter giudiziario e di riflesso la ”carcerazione” del cane; esempio su tutti il caso allevamento di pointer di Giorgio Guberti di Ravenna, il quale pur essendo stato condannato dopo un lungo procedimento ad un anno e sei mesi di reclusione (pena sospesa) e all’interdizione dall’attività di allevamento, parrebbe abbia ancora espresso la volontà di ricorrere in Cassazione (vedi articolo GeaPress).

Recentemente uno pseudo allevamento di cani di piccola taglia è stato posto sotto sequestro nella provincia di Roma il cui proprietario, denunciato per maltrattamento di animali, già dieci anni prima veniva imputato per il medesimo reato; gli furono sequestrati alcuni molossoidi (cani da presa e pitbull terrier) riuscendo successivamente a rientrare in possesso di uno di questi esemplari (vedi articolo GeaPress).

Un altro fattore di non poca importanza è legato alla detenzione del cane durante il periodo di custodia giudiziaria; infatti, constatando tempistiche non esigue di permanenza in un canile sanitario o convenzionato comunale, ci si pone il dubbio e non infondato se si è liberato l’animale da una condizione di vita precaria e di stenti per relegarlo ad altra se non pari probabilmente simile alla precedente. L’impossibilità di sterilizzazione all’interno di una struttura sanitaria o non, proprio in virtù di una non possibile alterazione in alcuna parte di un cane sequestrato, è un punto controverso che dà comunque adito ad interpretazioni discrepanti con ciò che la legge dispone.

Al di là degli obbligatori adempimenti di legge, ci si chiede anche quanto sia giusto detenere un cane in condizioni di interezza riproduttiva, causandogli da una parte delle sofferenze conseguenti a questo status e dall’altra il negargli una coesistenza in un box con un altro cane per ovvi motivi: cani adulti in età riproduttiva del medesimo sesso in box di 3 mq hanno sovente problemi di incompatibilità se non sterilizzati, ma isolati dagli altri possono andare in stress e allo stesso tempo è difficile calcolare su decine di cani i periodi dell’estro delle femmine per consentire la sistemazione insieme ai maschi.

In sostanza è una normativa che impedisce una gestione ottimale degli animali per il loro benessere psicofisico e limita la possibilità di trovare famiglie affidatarie in quanto esiste l’incognita di una possibile restituzione al proprietario.

Infatti un problema forse mai evidenziato è anche la custodia giudiziaria a soggetti terzi, nello specifico privati che si rendono disponibili a detenere il cane in attesa della conclusione dell’iter giudiziario.

Già svariate volte, in conseguenza ad un sequestro di cuccioli di razza importati illegalmente dall’est Europa, si è assistito ad una pubblica nonché frenetica caccia alla custodia giudiziaria dei medesimi; ci si ritrovano pertanto a dir poco centinaia di richieste dettate da futili motivazioni e non di rado di natura commerciale.

Proprio in relazione al fatto che non verrebbero consegnati ai futuri custodi già’ sterilizzati, eventuali cani di determinate razze potrebbero essere usati per la riproduzione e generare una prole che potrebbe indurre persone ambigue e senza scrupoli a lucrare dalla vendita dei cuccioli senza l’apposizione del microchip o più’ probabilmente falsificandolo.

Gli stessi volontari nei canili che si occupano delle adozioni, si trovano sovente in difficoltà in questi casi in quanto se da una parte trattandosi di cani di razza esistono maggiori possibilità di trovar loro una famiglia, si scontrano poi con la problematica dell’assenza di sterilizzazione e di affidare il cane senza certezza che questo non si riproduca; al tempo stesso molte persone non sono disponibili in quanto già aventi un cane di sesso opposto e, soprattutto, non poco contrarie ad un eventuale restituzione. A prescindere dall’affetto che potrebbe sopraggiungere, il problema è che l’animale vissuto in un ambiente viene portato in canile, poi di nuovo cambia habitat per poi successivamente doversi ritrovare in un altro contesto…quanto meno è psicologicamente destabilizzante per un animale sociale come il cane.

Ad ogni buon conto restare chiuso per mesi o tristemente per tutta la vita nel box di un canile il cui status non è forse migliore del luogo dal quale il cane è stato sequestrato è una condizione inaccettabile e sicuramente una sconfitta per tutti coloro che operano nell’ambito della protezione degli animali.

Come non di rado accade nel nostro paese, ci sono leggi e distinguo per ognuna di esse, contraddizioni, norme ad personam e quant’altro; rende infatti perplessi come un animale sequestrato ed in custodia giudiziaria sia considerato una ”proprietà” dell’indagato alla stregua di un oggetto inanimato, e ciò in discrepanza con l’articolo 13 parte II del Trattato firmato a Lisbona dai 27 rappresentanti dell’Unione Europea, nella quale gli animali sono riconosciuti giuridicamente come esseri senzienti.

Non è in ogni caso l’unico esempio di incongruità legislativa in Italia. Basti riflettere sul fatto che nel nord della penisola liberare un qualsivoglia cane ritrovato vagante e catturato precedentemente da una struttura (canile sanitario, rifugio o altro) configurerebbe il reato di abbandono; nel centro sud, invece, sovente ciò è contemplato (si veda ad es. la L.R. 15/00 Regione Sicilia all’art. 11 comma 3 o la L.R. 4/00 Regione Calabria all’art 3 comma 2) con le rassicuranti terminologie come ”rilascio” o ”reimmissione”. Infatti, i cani randagi vengono così catturati (quando è possibile), sterilizzati dall’Asl Veterinaria e rimessi sul territorio.

L’auspicio è che il Trattato di Lisbona, al quale ha aderito formalmente il nostro paese, venga introdotto concretamente per interferire benevolmente in leggi, codici e regolamenti italiani, al fine di consegnare agli animali quella dignità di esseri per l’appunto senzienti, dignità che al momento parrebbe relegata sostanzialmente nelle solite buoni intenzioni.

Michele di Leva e Federica Cuccagna

Animalisti Italiani Onlus sezioni di Torino e Roma

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