GEAPRESS – Prima pane e vegetali avvelenati, ora direttamente le pozze d’acqua. Questo il pericolo più grosso che rischia di colpire la già falcidiata fauna dello Zimbabwe. Animali che muoiono bevendo. Acqua che ora rischia di uccidere le stesse persone. Le aree maggiormente colpite sono quelle dei parchi nazionali, tra i quali il più famoso dello Zambesi.

Secondo le autorità del paese sud africano si tratta di una evoluzione subdola del fenomeno del bracconaggio. L’avvelenatore, infatti, non deve usare armi e per questo si rende meno rintracciabiale. Basta l’avvelenamento di una sola pozza per causare la morte di elefanti, leoni, bufali ed altri animali della savana. Fino agli avvoltoi che nelle pozze ci bevono, oltre che nutrirsi della carne avvelenata.

Eppure lo Zimbabwe continua ad avere una politica a dir poco ambigua nei confronti della protezione della sua fauna selvatica. Governato da un eterno presidente, che si è autoproclamato secondo solo a Dio, stampa maxi banconote da trilioni di dollari che il giorno dopo non valgono nulla a causa di un’inflazione che si misura in milioni di miliardi di punti percentuale annui. Regno indiscusso di ditte di caccia con sede in Sudafrica e succursali acciuffaclienti in Europa, lo Zimbabwe è stato più volte accusato di inventarsi i fantastici censimenti di elefanti, ma anche di altri animali, che vengono però ratificati dagli uffici della Convenzione di Washington. Sulla base di tali improbabili studi ogni anno in Zimbabwe viene autorizzato, proprio dalla CITES (acronimo inglese della Convenzione firmata a Washington oltre in quarto di secolo addietro), il commercio di zanne equivalenti a 500 elefanti, altri 500 tra trofei e pelli di leopardo, 50 rarissimi ghepardi, e 200 coccodrilli. Questo per quanto riguarda le specie rare, ovvero considerate dalla Convenzione di Washington. Per tutte le altre, non vi sono quote stabilite da accordi internazionali.

E dire che proprio dalla Convenzione di Washington è arrivata la riflessione sul fatto che la documentazione Cites ed i permessi caccia, costituiscono, grazie alla loro falsificazione, un valido strumento per i commerci dei trafficanti di fauna protetta.

Il dramma dell’elefante africano è inziato quando è stato declassato dall’Appendice I della Convenzione di Washington, ovvero quella di massima protezione, all’Appendice II. Commerciabile nel rispetto delle quote. Nel 2008, poi, la stessa Convenzione ha autorizzato la vendita di avorio sequestrato immagazinato, invece di essere distrutto, da quattro paesi africani. Tra gli importatori, venne accolta la richiesta della Cina. In pratica si inondò il mercato di avorio legale che costituisce ancora oggi una facile copertura, per quello di contrabbando. La stessa nefasta scelta è stata confermata nel 2010.

Mentre le popolazioni di elefante africano continuano drammaticamente a diminuire (oggi sono attestate in appena 500.000 individui) il prezzo dell’avorio non arresta a salire. Nel 2008 il prezzo al chilo dell’avorio era in Cina attestato su un minimo di 150 ad un massimo di 300 dollari. Si è ora passati da un minimo di 800 ad un massimo di 7000 dollari al chilo. Può essere un caso che proprio nel 2008 la Convenzione di Washington ha autorizzato l’esportazione, peraltro verso la Cina, dell’avorio sequestrato? 

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