GEAPRESS – Sta sollevando un cumulo di polemiche in casa animalista, una manifestazione che a breve si svolgerà nel nostro paese in difesa delle famose cacce in deroga e della sperimentazione animale. Sarebbero attesi finanche eminenti nomi della vivisezione. Anzi no, anche perché secondo una recente dichiarazione del Sottosegretario Cardinale, in Italia la vivisezione non c’è più. Comunque un connubio insolito, o forse no.

Di certo, nulla rispetto a quanto sta avvenendo in queste ore in Sudafrica. In questo caso non solo critiche animaliste. Cose diverse e che vedono però manifestarsi altri insoliti connubi.

Dietro la notizia che in queste ore ha fatto il giro del mondo, relativa alla condanna a quaranta anni di prigione di un trafficante di corni di rinoceronte tailandese, vi è infatti una lunga indagine che vede protagoniste anche le scimmie per la vivisezione. A dire il vero non solo loro. Ci sono zanne di elefanti, giovanissime prostitute, cacciatori professionisti che accompagnavano cacciatori occidentali (europei compresi), ossa di felini, cottage di caccia e permessi di caccia in deroga alle disposizioni di protezione.

Tutto nasce nel 2008 quando un cittadino tailandese viene arrestato nel nord est del Sudafrica, non molto distante dal confine con lo Swaziland. Si tratta di due paesi che consentono ancora la caccia al rinoceronte. Il sospettato è accusato di avere sganciato 60.000 dollari ad un funzionario di polizia. Dietro, forse, c’è il presunto traffico di fauna selvatica. Forse trofei di leoni, probabile copertura per le ossa della medicina orientale. La cosa, però, non ha alcun seguito. Poi, nel 2009, avviene in Kenya un grosso sequestro di zanne di elefante e corni di rinoceronte. La spedizione, secondo quanto riferito dai giornali di allora, era destinata ad una società registrata nel Laos. Quello strano importatore, però, aveva solide basi in Sudafrica.

Ad ogni modo la società del Laos commercia scimmiette Macaco. Catturate nel Laos e spedite ad una società cinese che si occupa di vivisezione (salvo diverse specificazioni di Sottosegretari locali). Tanto famoso, l’allevamento del Laos, da essere finito pure in una investigazione della BUAV (British Union for the Abolition of the Vivisection). Scimmiette smagrite ed emaciate. Sembrava che stessero morendo di fame. Così venne riportato dalla BUAV nell’appello rivolto alla autorità del Laos. Da notare che quella società di import-export è la stessa alla quale fa riferimento il trafficante tailandese. Quello, cioè, della condanna a quarant’anni di prigione per il commercio di corni di rinoceronte. Anzi, quest’ultimo trafficante conosce molto bene il primo, quello dei leoni.

I guai, per i due, iniziano quando un funzionario delle linee aeree tailandesi, svuota il sacco e riferisce tutto alla polizia. Saltano così fuori i due cittadini dell’estremo oriente, l’organizzatore locale dei safari di caccia in Sudafrica ed un cacciatore professionista. Poi le ragazze. Giovanissime prostitute tailandesi le quali, con un surplus di poco meno di 900 dollari, completavano le prestazioni degli organizzatori delle battute al rinoceronte. Posavano sulle carcasse dei poveri animali. Donne e prede di caccia. I dati delle poverette, poi, sembra venissero utilizzati per compilare i permessi di caccia.

Un ricco dossier fotografico ed anche filmati. Documenti ricordo, finiti però nelle mani dei media sudafricani. Questi non perdono tempo (già l’anno scorso) nel rintracciare una ragazza. Intervistata, rivela subito lo squallore di quella vita. Quando la portarono sul primo rinoceronte finito a pallettoni, scoppiò a piangere. Gli affari del sig. Lemtongthai, questo il nome del trafficante condannato a quarant’anni di prigione, andavano proprio bene. Contrariamente a quanto riportato dai media, la sua attività, senz’altro basata sul commercio illegale di corni, era strutturata in maniera legale. Un’attività legale di caccia, insomma.

Questo perché la protezione alla quale in teoria sono soggetti elefanti e rinoceronti, può essere derogata. Gli elefanti come i rinoceronti, ma anche ghepardi, leopardi ed i sempre più rari leoni, si uccidono con l’ok della Convenzione di Washington (Cites). Il compito della Cites, infatti, non è quello di proteggere gli animali esotici, né tanto meno, tra questi, quelli appartenenti a specie in via di estinzione. La Convenzione di Washington regolamenta, in funzione di presunti censimenti nelle aree di origine, il commercio di animali e piante, anche rarissimi, fino ad arrivare al totale bando. E’ chiaro che qualcuno a quel bando non vuole arrivarci. Vale per questo il principio che, per proteggere gli animali, bisogna prima portarli sulla via dell’estinzione. Se i censimenti dicono che non sono in estinzione, il gioco è fatto.

Censimenti spesso farlocchi ma che forniscono formale giustificazione al rilascio dei permessi di caccia. Erano questi permessi di caccia che stavano alla base dell’impresa del sig. Sig. Lemtongthai. Chi sono, invece, i veri cacciatori? Non è ben chiaro cosa sia successo. Di certo le poverine arrivate dalla Tailandia, al di là di quanto rilevavano in quei permessi, non sparavano proprio a nessuno.

Il titolare della riserva di caccia, invece, esercitava in più aree del paese sebbene possedesse una sua riserva di caccia. Facoltosi clienti occidentali ed un sito internet ora privo di ogni traccia di quel personaggio. Non un club a lui riservato, tra corni, ossa di leone e ragazzine dagli occhi a mandorla. Certo che vedere un nostrano cacciatore europeo in posa tra carcasse sanguinanti e ragazzine tailandesi in provocanti preludi di chissà quali altri complementi, non è cosa che capita tutti i giorni. Chissà a sfogliare bene l’album.  Magari, oltre ai rinoceronti, salta in aria qualche matrimonio.

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