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GEAPRESS – Un parere che mette in evidenza quanto inadeguati siano i reati finora previsti per contrastare il traffico di specie selvatiche. E’ quello rilasciato alla Commissione Europea dal CESE (Comitato Economico e Sociale Europeo) un organismo consultivo della UE con sede a Bruxelles.

Per il CESE il traffico di tali specie sarebbe in forte espansione (nel 2013 il bracconaggio ha subito un incremento tale da vanificare il ripopolamento realizzato nei tre decenni precedenti di specie a rischio quali elefanti, tigri e rinoceronti) costituendo una reale minaccia alla conservazione della biodiversità e allo sviluppo sostenibile, tanto da costituire una vera e propria minaccia per l’Unione Europea e sotto diversi punti di vista: economico, ambientale, sociale e di tutela della salute pubblica (si stima che il 75 % delle patologie infettive emergenti siano di origine animale ivi comprese l’influenza aviaria H5N1 e la SARS).

I paesi UE costituiscono uno dei principali destinatari di prodotti di specie selvatiche di origine illegale, nonché uno snodo cruciale dei traffici in uscita dall’Africa, dall’America Latina e dall’Asia.

Da rilevare come già la Commissione ONU per la prevenzione della criminalità e la giustizia penale, nella Risoluzione del 26 aprile 2013, ha definito il traffico di specie selvatiche come una forma grave di criminalità organizzata, perpetrata da gruppi criminali organizzati a livello internazionale. Basti considerare come sia già stata accertata la presenza di gruppi di miliziani che finanziano i loro traffici con il commercio illegale di specie selvatiche. Un fatto che ha indotto il Segretario Generale ed il Consiglio di sicurezza dell’ONU a riconoscere il bracconaggio ed il traffico di specie selvatiche come uno dei fattori di instabilità nell’Africa sub-sahariana, mettendo a repentaglio pace e sicurezza. Un rischio che è sembrato essere ben evidente tanto che, nel giugno 2013, i leader del G8 si sono impegnati ad adottare misure per contrastare il traffico illegale e per offrire sostegno politico ed economico al controllo territoriale e internazionale dei confini.
Per un contrasto effettivo  occorrerebbe, inoltre,  una vera e propria strategia messa in campo su diversi fronti tra i quali  quello normativo, risultato gravemente inadeguato. Il fenomeno, infatti, sarebbe in grande crescita a causa dell’alta redditività e del basso rischio di sanzioni. Per tale motivo occorrerebbe considerare il traffico di specie selvatiche tra i reati rilevanti ai fini delle misure antiriciclaggio e anticorruzione, auspicando l’introduzione di sanzioni realmente efficaci, proporzionali e dissuasive come la reclusione non inferiore, nel massimo, a quattro anni. Per capire il divario con la legislazione italiana, basti considerare la pena di arresto prevista per chi traffica specie molto rare è fissata in appena tre mesi!

Nel complesso il CESE ha ritenuto che l’attuale quadro legislativo in vigore nei Paesi UE non sia ancora adeguato ad un efficace contrasto dei crimini ambientali, anche a causa dell’entità insufficiente delle pene previste.

Occorre pertanto l’elaborazione di una legislazione vincolante per gli Stati Membri che stabilisca criteri omogenei di ispezione e monitoraggio efficace, anche mediante un coordinamento con le specifiche norme sulla tutela penale delle specie nell’ambiente naturale. Il CESE ha dunque spronato la UE a promuovere una strategia di lotta globale al traffico di specie selvatiche attuando inoltre azioni volte ad agevolare la collaborazione e la condivisione di attività di intelligence tra le diverse autorità preposte degli Stati Membri.

Un caso da attenzionare è inoltre quello dal commercio online.

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