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GEAPRESS – La polizia reale thailandese ha sequestrato oltre una dozzina di elefanti che sarebbero stati importati illegalmente dal Myanmar (ex Birmania).

I fatti hanno coinvolto tre province meridionali del paese e riguarderebbero la manomissione dei  certificati rilasciati in base agli accordi di Washington e che devono accompagnare  gli animali attestandone la nascita in cattività.

A quanto pare tutti gli elefanti erano detenuti in varie località turistiche della Thailandia. L’operazione ha avuto inizio  con lo spostamento di due elefanti da un campo a Ko Chang, nella provincia di Trad. Fino ad oggi le autorità hanno sequestrato cinque elefanti a Phang Nga, altri sette a Phuket e due a Krabi.  A darne comunicazione è l’Ufficio Traffic, l’ONG specializzata nel contrasto al contrabbando di fauna selvatica.

Le indagini avrebbero portato alla scoperta di un certo numero di certificati di identificazione rilasciati in realtà per animali del tutto estranei a quelli dei luoghi  dei sequestri. Secondo quanto comunicato dalla polizia thailandese gli elefanti sono stati prelevati nelle foreste del Myanmar e trasportati in Thailandia ove vengono crudelmente addestrati e riciclati mediante la documentazione falsificata.  Gli elefantini catturati, vengono separati dalla madre tramite l’uccisione della stessa, oppure, grazie all’utlizzo di elefanti domestici, circoscrivendo l’intero gruppo in aree recintate predisposte ad operare la traumatica separazione dalla madre.

Si tratterebbe in tutto di ben  69 certificati. In corso anche l’emissione di alcuni mandati di cattura.

Sono  proprio i certificati trovati in possesso di due presunti trafficanti, ad avere condotto nei luoghi turistici divenuti oggetto di ispezione. Si ritiene, a tal proposito, che proprio in queste zone sono stati acquistati i certificati.

In Tailandia la cattura di elefanti selvatici è stata vietata fin dal 1970. Tutti quelli già addomesticati dovevano essere registrati fin dall’età di otto anni.

Una volta avvenuto questo passo, gli elefanti vengono considerati “animali ed uso commerciale” ed il proprietario ha quindi il diritto di poterli utilizzare. Alcuni di questi documenti sono stati ad esempio rilasciati per gli animali nati da femmine già detenute, ma il sistema non richiede alcuna certificazione dell’avvenuta nasciata in cattività. Di fatto, commenta l’Ufficio Traffic, si apre così un varco per il riciclaggio di cuccioli di elefante. Criminali inclini a questi guadagni, li catturano in natura e, una volta  contrabbandati, vengono registrati come elefanti domestici.

Lo stesso Ufficio Traffic, stima che a partire dal 2009, non meno di 240 elefantini sono stati illegalmente esportati dal Myanmar in Thailandia. Secondo la stessa ONG più di un quarto di tutte le esportazioni di elefanti vivi operate a sua volta dalla Thailandia tra il 1980 e il 2005, potrebbero  riguardare animali catturati illegalmente e veicolati tramite  dichiarazioni CITES incomplete o inesatte.

Da rilevare l’addestramento particolamente crudele degli elefantini (vedi VIDEO) già traumatizzati dall’uccisione della madre.

La falsificazione dei documenti Cites è comunque alla base di molti sequestri operati in più parti del mondo ai danni della fauna selvatica. Basta pensare al traffico di uccelli rapaci, ed Aquile del Bonelli in particolare, operato in Italia, ma anche al sequestro di scimpanzé e finanche degli stessi elefanti ai danni di note insegne circensi italiane.

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