(GEAPRESS) – Non solo è dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco, ma il Serengeti con le sue migrazioni di milioni di gnu è forse l’immagine dell’Africa alla quale siamo stati più affezionati da decine di documentari naturalistici.
Gli gnu, le zebre ed i loro predatori che li seguono, rimarranno così bloccati dal taglio della loro strada migratoria lunga oltre 2000 km. Non la potranno attraversare e se ci riuscissero rischierebbero di finire sotto le ruote di un mezzo in transito. La pericolosità di queste strade, secondo GeaPress, risiede però anche nell’agevolare la penetrazione di mille attività umane. E’ così, ad esempio, per la foresta amazzonica, dove un fitto dedalo di strade consente il facile accesso ad una miriade di cercatori d’oro che riempiono ruscelli e fiumi di mercurio scartato dalla ricerca del metallo.

Paradossalmente il Serengeti non ha progetti di sviluppo minerario o foreste da abbattere come in Amazzonia. Anzi, la Tanzania, ed in particolare l’area del Serengeti, vive di turismo. Centinaia di migliaia di persone, su una popolazione complessiva di circa quaranta milioni di individui. Dietro la costruzione della strada, però, potrebbe celarsi la risposta sconsiderata ad uno dei tassi di natalità più alti al mondo, oltre al fatto che il Serengeti ricade nei territori dei Masai.

Uno dei meccanismi con i quali si sta distruggendo la cultura  nomade Masai, è quello della sedentarizzazione.  La presenza di una grande via di comunicazione che tagli i terreni storici di appartenenza, ha sempre rappresentato, dagli indiani d’America alle civiltà draviche dell’Asia, la migliore arma verso la strada dell’oblio. Gnu, zebre, gazzelle, leoni e grifoni costituiranno le vittime accessorie. (GEAPRESS).