GEAPRESS – Forse è in arrivo una speranza di salvezza per l’elefante africano, sempre più decimato dai bracconieri grazie alle incredibili decisioni della Convenzione di Washington (Cites) di autorizzare uccisioni e consequenziali commerci di avorio. Se nessun ripensamento è finora pervenuto dalla Cites, un calcolo matematico potrebbe questa volta cambiare le cose.

I circa 500.000 elefanti africani, infatti, potrebbero essere considerati non più come unica specie, ma addirittura due. L’ipotesi viene avanzata già da una decina di anni. Nel frattempo, però, la Cites ha continuato ad autorizzare la caccia ed il commercio legale di avorio. Questo, con le sue facilmente falsificabili certificazioni, fornisce di fatto la copertura per il commercio illegale. Il paradosso, poi, è che buona parte dell’avorio legale proviene dai sequestri. Al posto di essere distrutto, viene commercializzato.

Ad ogni modo, da ora le cose potrebbero cambiare. La diversità genetica, infatti, tra il piccolo elefante delle foreste africane e quello delle savane è ben più alta che tra quest’ultimo e quello asiatico. Non solo. L’elefante africano delle savana sarebbe addirittura ancora più vicino allo stesso mammut, rispetto al suo (lontano) cugino delle foreste.

Secondo gli scienziati dell’Università di York, infatti, la diversità genetica tra elefante africano delle savane e quello più piccolo delle foreste, sarebbe equiparabile a quella tra uomo e scimpanzé. Il risultato è stato ottenuto studiando le sequenze del DNA delle tre (presunte) specie di elefanti viventi, con quelle estratte dal mammut e dal mastodonte.

Se tale scoperta dovesse essere confermata, le autorità internazionali Cites dovrebbero intervenire per proteggere entrambe le specie (se già non è troppo tardi). Lo facessero almeno per mero calcolo matematico. Il numero di individui totali è già critico per una specie, figuriamoci se ora è da dividere in due. (GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).