GEAPRESS – Si è conclusa da poche ore l’operazione RAMP dell’Interpol, dedicata al traffico internazionale di rettili ed anfibi. Due mesi di attività frenetica con la collaborazione di ben cinquantuno polizie di altrettanti paesi ha portato al sequestro di migliaia di animali, al ritiro di numerose licenze, oltre che alla costituzione di uno specifico database ricco di nomi degli stessi trafficanti. Per chi si ricorda di Anson Wong (vedi articolo GeaPress), il trafficante mondiale di rettili ed altri animali per la medicina cinese ed i terraristi occidentali, giova appena far presente che già da prima dell’operazione RAMP erano saltati fuori, tra i suoi contatti, anche alcuni italiani.

Intanto, con l’operazione RAMP, tanti animali, dalle lucertole cinesi ai serpenti sud africani, sono stati trovati nelle grinfie dei trafficanti internazionali. Non sono ancora stati diffusi dati ufficiali, tranne pochissime indiscrezioni, e solo nei prossimi giorni sarà possibile avere un quadro più definito. Di sicuro molta attenzione ha avuto il sud est asiatico e, nella penisola indocinese in particolare, il traffico di testuggini utilizzate sia per la medicina e l’alimentazione orientale, che per i terraristi occidentali. E’ l’Europa, infatti, ad essere tra i primissimi importatori di rettili al mondo.

Quello che non quadra, però, è il perseverare in scelte che già nel passato si sono rivelate non solo fallimentari ma addirittura incentivanti il commercio illegale. Questo, infatti, per potersi mantenere ha bisogno di canali legali ove mimetizzare i frutti dell’attività illecita. Eppure, fin dal 1990, con lo scopo di fornire una alternativa a chi commerciava con prelievi in natura (anche legali), si sono iniziati a promuovere, nei paesi di origine, allevamenti di animali esotici. Non solo non è servito a niente, ma l’azione fraudolenta (spacciare come nati in cattività i furti di natura) ha goduto di queste scelte. L’allarme era stato lanciato pochi mesi addietro su GeaPress anche dal prof. Vincenzo Ferri (vedi articolo GeaPress), erpetologo di fama internazionale, che aveva denunciato non solo la mancanza di benessere in questi allevamenti ma anche l’azione quantomeno dubbia del loro operato.

Stiamo parlando, infatti, di paesi da terzo mondo. Se già nei paesi dell’Unione Europea vi è una ampia discussione sul quantomeno discutibile concetto di “benessere” negli allevamenti, figuriamoci cosa succede in India come in Malaisia.

In un Report commissionato nel 2007 dalla Commissione Europea all’Ufficio Traffic (Network internazionale dedicato proprio al traffico delle specie esotiche) si evidenzia come questi allevamenti servono di fatto a riclicare animali di cattura. Peccato però che per rimediare al fenomeno, si forniscano nello stesso Report solo meccanismi di maggior controllo. Basterebbe, invece, vietare certi traffici di vite, ed il problema sarebbe risolto. Tutto quanto rinvenuto sarebbe “dichiaratamente” illegale, e comunque non potrebbe più utilizzare le forme legali di commercio. A differenza del traffico di droga che utilizza per la sua merce illegale punti vendita altrettanto illegali, quello degli animali esotici si basa prevalentemente sulla falsificazione dei certificati di vendita. Vendita che avviene spesso nei comuni negozi sotto casa. Loro, i negozianti, potrebbero anche essere in buona fede, ma come dimostra lo stesso report dell’Ufficio Traffic, il certificato potrebbe essere falso. Ad esempio attestare la nascita in cattività quando invece la giovane testuggine è nata in natura.

E’ questo il meccanismo più comune dei trafficanti. In una recente operazione del Corpo Forestale dello Stato nel corso di una mostra di tartarughe a Cesena, sono stati nei pressi fermati due trafficanti con circa 200 giovani animali. Sarebbero, poi, stati “coperti” o con un certificato intestato ad altro animale, magari morto, o semplicemente, se in possesso di riproduttori, con una comunicazione (anche a mezzo fax) dell’avvenuta nascita in cattività. Nel recente intervento ai danni dei trafficanti di uccelli rapaci (vedi intervista GeaPress al dott. Marco Fiori, Responsabile della Sezione Investigativa Cites del Corpo Forestale dello Stato) è saltato fuori che gli uccelli depredati dai nidi siciliani venivano riciclati in centri di riproduzione centro europea o del nord Italia, come nati in cattività. Il tutto grazie a certificati Cites mendaci in alcuni casi acquistati in Spagna o in Belgio.

La stessa cosa avviene in Indonesia. Le tartarughe vengono rubate in natura, riciclate come nate in cattività, ed esportate in Europa per i terraristi. L’indagine ha riscontrato una forte discrepanza tra i soggetti riproduttori dichiarati e quelli effettivamente rinvenuti. Per colmare la differenza le tartarughe avrebbero dovuto dotarsi di una velocità inusuale. Ovvero riprodursi come conigli. Se consideriamo che dal 1990 è stata varata questa politica sbagliata, è facile ipotizzare i danni alla fauna selvatica. Addirittura su 19 allevamenti di rettili visitati, solo 3 presentavano livelli definibili come professionali. Nel senso, cioè, che la riproduzione era tecnicamente possibile. Nulla è dato sapere sul benessere, anche perché rispetto alle favolette raccontante da chi li utilizza per fini speculativi, la riproduzione di un animale in cattività non certifica affatto il suo benessere. Forse qualcuno, pensando a chissà cosa, ha dedotto che se la noia della gabbia conduce poi alla nascita, vuol dire che sono felici. (GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).