GEAPRESS – Dati allarmanti quelli sul commercio mondiale di pelli di pitone, steso con il contributo del governo danese. L’industria pellettiera è la principale accusata ed il nostro paese viene citato come uno dei primi nella poco invidiabile lista. A diffondere i nuovi risultati è addirittura l’IUCN (International Union for Conservation of Nature). Mezzo milione, le stime relative alle pelli di pitone, importate ogni anno dal sud est asiatico. La colpa, riferisce l’IUCN, è dell’industria della moda europea. Ad essere violate, sono le norme che disciplinano le cosiddette quote stabilite dalla Convenzione di Washington, sul commercio di specie rare e minacciate di estinzione. Meccanismi che, grazie alle facili frodi, rischiano di depauperare le popolazioni selvatiche di pitone, spesso catturato e macellato ancor prima che raggiunga l’età riproduttiva. Il motivo? Un miliardo di dollari l’anno. Questo il fatturato annuale stimato dagli esperti dell’IUCN.

Il rapporto dimostra che i problemi di illegalità persistono nel commercio di pelli di pitone e che questi possono minacciare la sopravvivenza delle specie” riferisce Alexander Kasterine, responsabile dell’ International Trade Centre che ha steso il rapporto in collaborazione con l’IUCN. Il riferimento è ovviamente al mancato rispetto proprio della Convenzione di Washington.

Da dove provengono le pelli di pitone? Per il 70% dall’Indonesia, Malesia e Vietnam. Sono loro i principali esportatori mondiali. I principali importatori sono tutti nell’Unione Europea. In particolare, riferisce il rapporto si tratta dell’Italia, Germania e Francia. Alla base delle critiche, ci sarebbe, ad avviso di Tomas Waller, Presidente della Survival Commission dell’IUCN, la facilità con la quale vengono falsificati i documenti di esportazione. Attesterebbero, in modo particolare, la nascita in cattività dei Pitoni, ma le cose non starebbero in tal maniera. Strutture fittizie, un po’ come le famose società cartiere di tanti interventi della nostra Guardia di Finanza che attestano, solo sulla carta, quanto in effetti non c’è. Ma se per le società cartiere l’escamotage serve per evadere le tasse, nel caso dei pitoni il tutto è funzionale ad evitare il problema della Convenzione di Washington che condiziona le quote e tra queste quelle relative proprio ai prelievi in natura. Una vecchia polemica, quella dei falsi allevamenti che servono di fatto a giustificare (come in altre occasioni riscontrato per le esportazioni di rettili per fini terraristici) il continuato prelievo in natura. Un commercio più competitivo dal punto di vista economico. Molti dei pitoni, così prelevati, verrebbero poi macellati ancor prima di raggiungere l’età riproduttiva.

Nel rapporto oggi presentato dell’ITC e dall’IUCN, si invita l’industria della moda ad attivarsi con un sistema di tracciabilità. In altri termini borsette e scarpe con indicazione dell’allevamento e del macello.

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