GEAPRESS – Non ha fornito alcuna particolare spiegazione il passeggero italiano sbarcato ieri al porto di Brindisi e proveniente dalla Grecia, trovato in possesso di un’Ara ararauna ed un Pitone reale. Un appassionato che non sapeva delle leggi, almeno così si sarebbe giustificato.

Bloccato dal personale dell’Ufficio delle Dogane di Brindisi, in un’operazione congiunta alla Guardia di Finanza ed al Servizio Cites del Corpo Forestale, è stato così denunciato per importazione illecita di animali protetti dalla Convenzione di Washington sul commercio di specie minacciate di estinzione. L’uomo è stato denunciato alla Procura della Repubblica di Brindisi e rischia ora una ammenda fino a 100.000 euro. Per gli animali, invece, è prevista la confisca.

Il pappagallo sequestrato appartiene ad una specie di origine sudamericana mentre il pitone è centro africano. Per possederli occorerebbero dei certificati Cites (acronimo della Convenzione di Washington) che ne attestino il regolare possesso. La provenienza di entrambe le specie può essere sia di cattura in natura, avvenuta all’interno di quote stabilite dagli Uffici Cites, oppure dalla cattività.

L’Ara ararauna è ancora discretamente presente in natura ma il WWF ha più volte sottolineato come le popolazioni naturali si stiano depauperando sia a causa del commercio dei pets, che per la distruzione dell’habitat naturale. Del resto, la Convenzione di Washington, interviene a regolamentare il commercio di questi animali, in funzione delle stime delle popolazioni selvatiche. In altri termini, per avere decisi interventi restrittivi, bisogna prima avere portato in pericolo di estinzione la specie.

Più o meno lo stesso discorso per il Pitone reale. I prelievi in natura sono sempre cospicui, mentre molti dubbi vengono sollevati sugli animali nati in cattività. Si tratta di animali allevati in ranch o farm. Nel primo caso dovrebbero essere nati da femmine prese in natura e poi liberate, mentre nel secondo tipo di allevamento, da popolazioni ormai stabilizzatesi in cattività. Gli allevamenti insistono nei paesi di origine, dove nessuno può garantire sulle condizioni di benessere. In molti casi, anche alla luce delle macroscopiche discrasie esistenti tra i dati forniti dai paesi esportatori e quelli risultanti ai paesi importatori, si sospetta che dietro questi allevamenti vi possano essere strutture di riciclaggio di animali prelevati in ambienti naturali e spacciati come nati in cattività. Il mercato dei prelievi in natura, infatti, riesce ad essere molto più competititvo rispetto ai prezzi imposti da un allevamento regolare. 

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